Cronache dai Palazzi
Schengen resta sospeso e la sospensione sarà rivista solo “dopo che saranno completamente esclusi rischi di sicurezza”, ha affermato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sottolineando che l’unico obiettivo dell’esecutivo è “la tutela della sicurezza nazionale” e che il governo di Roma ha agito di certo all’interno della cornice del diritto europeo. Nello specifico il potenziamento dei controlli frontalieri ha determinato tre arresti e 21 respingimenti e “la sospensione operata dall’autorità di Madrid nei nostri confronti corrisponde ad una logica sostanzialmente ed esclusivamente ritorsiva”, ha rimarcato Piantedosi.
Il ministro dell’Interno mette inoltre in risalto la “condizionalità”, in funzione della quale “l’Europa dovrebbe legare in modo più stringente gli aiuti e la cooperazione” con i Paesi extra Ue “alla concreta collaborazione nel contrasto ai trafficanti di esseri umani. È doveroso pretendere dai Paesi terzi un impegno effettivo”. L’Ue, nello specifico, “deve essere più rigorosa nei confronti dei membri che, per scelte politiche o ideologiche, adottano decisioni suscettibili di produrre effetti su tutto il territorio dell’Unione”.
Il Viminale rimarca i dati: -55% per quanto riguarda gli sbarchi in Italia nel 2025 e -82% dall’inizio legislatura. Inoltre “crescono anche i rimpatri, che nel 2026 sono già arrivati a circa 5.300, quasi il doppio dello stesso periodo del 2024 e del 2025”.
Secondo i dati preliminari di Frontex, escludendo gli ultimi eventi di fine luglio registrati in Spagna a Ceuta, gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Ue sono diminuiti del 37% nei primi sette mesi del 2026 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, attestandosi a circa 61mila rilevamenti. Decrescono i rilevamenti sia per quanto riguarda il Mediterraneo orientale (20.232 rilevamenti; -28%) sia a proposito del Mediterraneo centrale (16.454 rilevamenti; -55%). L’unica grande rotta in aumento è il Mediterraneo occidentale con 11.217 attraversamenti, +37%. Resta inoltre attivo il braccio di ferro tra Roma e Berlino a proposito dei cosiddetti ‘dublinati’ dei quali l’Italia non intende accettare il rientro anche se da Berlino non è ancora giunta alcuna risposta formale. Sommate, le rotte del Mediterraneo orientale e centrale raggiungono circa il 60% degli ingressi irregolari rilevati alle frontiere dell’Ue. La Libia resta il principale Paese di partenza del Mediterraneo centrale.
Secondo Frontex sono in diminuzione anche gli attraversamenti sulla rotta dei Balcani occidentali (-26%) e sulla frontiera terrestre orientale (-44%). Anche se si tratta di fenomeni non strettamente legati alle frontiere europee, sono in diminuzione anche gli attraversamenti verso il Regno Unito attraverso La Manica (-46%). L’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) ritiene che la flessione complessiva sia dovuta a diversi fattori, tra cui la prosecuzione della cooperazione con i Paesi partner e le misure preventive adottate nei principali Paesi di partenza, patti e misure che hanno contribuito a ridurre le partenze verso l’Europa.
“La stragrande maggioranza delle Nazioni europee condivide la posizione che l’Italia ha espresso in questi giorni cioè che la priorità dell’Europa sia proteggere le frontiere esterne dall’immigrazione incontrollata, escludere ogni rischio di sicurezza e terrorismo, difendere la libertà di circolazione che è alla base del sistema Schengen”, afferma la premier Giorgia Meloni in un’intervista su “Milano Finanza”, sottolineando “la grave crisi migratoria che si è aperta a Ceuta”, fenomeni che impongono “la massima attenzione e la necessità di continuare ad adottare tutte le misure necessarie” di fronte a possibili nuove ondate previste soprattutto in questi giorni di agosto.
A proposito di flussi migratori sul fronte europeo la parola chiave è “coordinamento” e rispetto del Patto migrazione e asilo, sulla scia del quale i richiedenti asilo rimandati indietro da Berlino non riguarderebbero solo il nostro Paese; è bensì necessario “uno stretto coordinamento tra i Paesi membri sulle rispettive politiche”, come sottolinea Lena Düpont, europarlamentare della Cdu, portavoce del Gruppo (PPE) per gli Affari interni a Strasburgo.
Nel corso della riunione straordinaria della Commissione per gli Affari interni (LIBE) del Parlamento europeo, convocata in seguito alla crisi migratoria e di sicurezza verificatesi a Ceuta – oltre 70 000 migranti irregolari, il più grande afflusso irregolare mai registrato a una frontiera esterna dell’UE – è stato ribadito che “Ceuta non è solo il confine della Spagna: è il confine dell’Europa. Non si tratta semplicemente di una crisi migratoria, ma di una crisi di sicurezza alle frontiere. Se vogliamo preservare Schengen, dobbiamo proteggere efficacemente le nostre frontiere esterne”, ha sottolineato il coordinatore della Commissione Lena Düpont, aggiungendo: “L’Europa è stata al fianco della Spagna sin dal primo giorno, offrendo sostegno attraverso Frontex, Europol e l’Agenzia dell’UE per l’asilo. Il governo spagnolo dovrebbe avvalersi appieno di questi strumenti e collaborare con i propri partner europei per ripristinare il controllo della frontiera esterna dell’UE”, ammonisce Düpont.
In sostanza le istituzioni europee mettono a disposizione vari strumenti ma i singoli governi devono di volta in volta assumersi le proprie responsabilità, nel caso di Ceuta “è ora che il governo spagnolo si assuma le proprie responsabilità” ha ribadito in Commissione Affari interni l’eurodeputata Dolors Montserrat, vicepresidente del gruppo PPE, auspicando che i ministri di Sánchez si sottopongano ad un “controllo democratico” presentandosi di fronte al Parlamento europeo. “La crisi di Ceuta non può essere semplicemente dichiarata conclusa mentre coloro che sono entrati illegalmente rimangono non identificati e gravi carenze non vengono affrontate. Il governo spagnolo non ha adottato le misure necessarie per proteggere la frontiera esterna dell’Europa”, ha sottolineato l’eurodeputata Montserrat ribadendo che l’Europa disponendo di strumenti necessari come Frontex, Europol e il Patto sulla migrazione e l’asilo fornisce “un quadro chiaro”.
Il suddetto Patto sulla migrazione e l’asilo, operativo dal 12 giugno 2026 a seguito dell’approvazione formale dell’Unione europea e del recepimento in Italia tramite il decreto-legge n. 100/2026, ridisegna le regole per la gestione delle frontiere, l’accoglienza, i rimpatri e l’esame delle richieste di protezione internazionale tra gli Stati membri. Il Patto non rappresenta semplicemente un nuovo quadro normativo europeo, bensì un articolato processo di attuazione che coinvolge istituzioni nazionali, territori, sistemi di accoglienza, procedure di asilo, frontiere, rimpatri, meccanismi di solidarietà e garanzie per le persone. Dopo un biennio di preparazione – la riforma che ha ridisegnato il quadro normativo dell’Unione in materia di migrazione e protezione internazionale risale al 2024 – gli Stati membri dovranno rendere operative specifiche disposizioni che incidono sulle procedure di frontiera, sull’esame delle domande di protezione internazionale, sui criteri di attribuzione della responsabilità tra gli Stati membri, sui rimpatri, sull’accoglienza e sui nuovi meccanismi di solidarietà europea.
L’avvio dell’applicazione del Patto non corrisponde comunque al compimento del processo riformatore. Si apre bensì una fase estremamente delicata, nella quale le nuove regole dovranno confrontarsi con le sfide dell’attuazione amministrativa, tecnologica e istituzionale. In definitiva negli anni a venire la capacità del nuovo sistema di conseguire gli obiettivi perseguiti dipenderà soprattutto dall’effettività dell’applicazione delle nuove norme e dalla possibilità di garantire un equilibrio sostenibile tra gestione dei flussi migratori, solidarietà tra Stati membri e tutela dei diritti fondamentali.
Quattro gli Stati ritenuti più esposti alla pressione migratoria: Italia, Spagna, Grecia e Cipro. Per ora sono stati definiti i primi strumenti operativi del nuovo meccanismo di solidarietà con l’istituzione della prima “riserva annuale di solidarietà” per il 2026 volta a sostenere i quattro Stati suddetti attraverso ricollocamenti, contributi finanziari e supporto operativo. Reso più efficiente anche il nuovo sistema Eurodac (European Asylum Dactyloscopy Database), la banca dati biometrica dell’Unione Europea per il confronto delle impronte digitali e dei dati facciali, destinata a diventare il principale strumento europeo di raccolta e scambio delle informazioni sui richiedenti asilo e sui migranti irregolari.
Nella maggior parte degli Stati membri non è stato ancora completato l’adeguamento legislativo e molte delle riforme che sono necessarie sono tuttora in discussione nei Parlamenti nazionali, tra cui l’Italia. Solo cinque Stati membri (Repubblica Ceca, Cipro, Germania, Irlanda e Slovacchia) hanno già adottato gran parte della normativa interna necessaria e si trovano nella fase di avvio della riforma che consiste nella fase di messa in opera delle proposte normative.
Nel nostro Paese, nello specifico, una prima espressione organica del nuovo Patto è il disegno di legge recante “Disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale, nonché disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo del 14 maggio 2024”, approvato dal Consiglio dei ministri l’11 febbraio 2026 e attualmente all’esame del Senato. Tale provvedimento, con un’ampia delega legislativa al Governo per quanto riguarda l’adozione dei decreti di adeguamento, interviene su diversi aspetti della disciplina nazionale riguardanti l’immigrazione e l’asilo, confermando la portata sistemica e la complessità operativa delle trasformazioni richieste dal nuovo quadro normativo europeo. Il recepimento del Patto, in Italia e in altri Stati membri, ha una funzione che va ben oltre l’adeguamento agli obblighi normativi derivanti dal diritto dell’Unione, rappresentando un’occasione per una più ampia revisione delle politiche migratorie nazionali. In quest’ottica le misure proposte risultano orientate, in primo luogo, al rafforzamento degli strumenti di controllo degli ingressi e dei soggiorni, ossia nuove procedure di frontiera volte all’attuazione di efficienti controlli preliminari di screening; in secondo luogo, ad accelerare le procedure amministrative rafforzando nello specifico le capacità amministrative e giudiziarie per ridefinire le condizioni di accesso e permanenza sul territorio; in terzo luogo, attuare il completamento dei sistemi informatici richiesti dalla riforma per ciò che concerne la raccolta e lo scambio delle informazioni sui richiedenti asilo e sui migranti irregolari sulla base del nuovo sistema informativo europeo Eurodac.
Le procedure di frontiera restano le operazioni fondamentali e anche le più ardue per l’oggettiva difficoltà nel prevenire le fughe e i cosiddetti movimenti secondari, ossia gli spostamenti non autorizzati all’interno dell’Unione europea. Nel contempo, la Commissione e le agenzie europee hanno elaborato delle linee guida, strumenti operativi, e programmi di formazione per favorire un’applicazione delle nuove norme il più possibile aderente alle nuove regole. Le esercitazioni e i progetti pilota svolti negli ultimi mesi, come sull’isola di Lampedusa in Sicilia, hanno evidenziato la complessità operativa delle nuove procedure e la necessità di un forte coordinamento tra autorità nazionali, Commissione europea, EUAA, Frontex ed Europol.
Oltre alle sfide operative e organizzative, l’attuazione del Patto mette in evidenza questioni di rilievo per quanto riguarda eventuali garanzie e la salvaguardia dei diritti fondamentali. L’accesso all’assistenza legale, la tutela delle persone vulnerabili e dei minori, il controllo sulle procedure di frontiera e sui meccanismi di monitoraggio indipendente dei singoli Stati sono elementi essenziali per assicurare che l’attuazione del Patto si concretizzi nel rispetto del diritto di asilo e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
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