Corleone, 2 agosto 1958
Il due agosto ha segnato il nostro Paese non solo per la strage di Bologna. Quel giorno, anni prima, accadde un fatto un po’ dimenticato, ma che segnò l’inizio di una pagina insanguinata del nostro paese e di cui non si comprende appieno la portata se non si rileggono con attenzione le vicende che giungono ad oggi.
Il 2 agosto 1958, nelle campagne di Corleone, viene ucciso Michele Navarra dai sicari di Luciano Liggio. Non è un delitto che riempie le cronache nazionali, non scuote l’opinione pubblica, non produce indignazione diffusa. Eppure, è uno di quegli eventi che cambiano la direzione delle cose senza annunciarlo.
Navarra non era un capo qualunque. Era il volto di una mafia che, pur dentro la sua natura criminale, cercava un equilibrio. Stava dentro il territorio, dentro le relazioni, dentro un sistema di potere che non aveva bisogno di esplodere per esistere. La violenza c’era, ma era regolata. Serviva a mantenere ordine, non a sovvertirlo. Quando viene eliminato dal gruppo guidato da Luciano Liggio, quel mondo finisce. Non lentamente. Di colpo.
Non è una semplice successione. È una sostituzione. Per capire perché, bisogna guardare più indietro. Negli anni Venti, con l’azione del prefetto Cesare Mori, lo Stato aveva colpito duramente la mafia. Non l’aveva cancellata, ma le aveva tolto continuità, struttura, memoria. Figure storiche come Vito Cascio Ferro, il probabile mandante dell’omicidio di Joe Petrosino, appartenevano a un sistema che si reggeva su equilibri interni, su una gerarchia riconosciuta, su una violenza che restava strumento e non linguaggio.
Quella linea si interrompe. E quando la mafia riemerge nel dopoguerra, prova a ricostruire ciò che era stato. Navarra rappresenta questo tentativo: riportare ordine, ricucire rapporti, ristabilire un limite. Ma è un equilibrio fragile, perché non ha più radici profonde. È una ricostruzione senza memoria piena. E infatti non regge. Forse aveva smesso di reggere già dieci anni prima con l’assassinio di Placido Rizzotto.
Il 2 agosto 1958 segna il punto in cui quel tentativo fallisce definitivamente. Con Liggio cambia tutto. Cambia il modo di intendere il potere, cambia il modo di esercitarlo. Non c’è più l’idea di contenere la forza. C’è l’idea di usarla. Non per mantenere, ma per conquistare. Il potere non si eredita più. Si prende. Anche contro chi lo detiene.
Da lì si apre una traiettoria precisa. Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, la progressiva centralizzazione, le guerre interne, l’ingresso nei grandi traffici, la costruzione di una struttura che non ha più bisogno di nascondersi per esistere. La mafia smette di cercare compatibilità e inizia a imporre dominio.
Il 1992 non arriva all’improvviso. Non è una frattura. È una conseguenza. Le stragi, l’attacco allo Stato, la scelta di colpire frontalmente non sono un salto nel buio. Sono l’esito di un percorso iniziato quando l’equilibrio è stato abbandonato e la misura è stata sostituita dall’ambizione.
E allora quel 2 agosto assume un peso diverso. Non è solo un fatto di cronaca. È un punto di non ritorno. Ci sono eventi che fanno rumore e altri che cambiano tutto in silenzio. Questo appartiene alla seconda categoria. Perché la storia non si muove sempre con le esplosioni. A volte cambia direzione quando cambia la natura di chi la attraversa. E quando quella natura cambia, tutto ciò che viene dopo smette di essere sorprendente e diventa inevitabile.
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