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Diritto Internazionale, un diritto imperfetto

Chiariamo un concetto semplice. C’è una frase che ogni studente di diritto internazionale incontra prima o poi nei manuali: il diritto internazionale è un diritto imperfetto. Non perché sia sbagliato, né perché sia inutile. Imperfetto perché, a differenza del diritto interno degli Stati, non possiede tutti gli strumenti classici del potere giuridico: un legislatore centrale, un giudice obbligatorio, una forza che faccia eseguire le decisioni.

In uno Stato moderno il meccanismo è semplice. Il Parlamento fa le leggi, i tribunali le applicano e lo Stato dispone della forza per farle rispettare. Se qualcuno viola la legge, non può sottrarsi al giudice. Il sistema funziona perché esiste un’autorità superiore che impone le regole.

Nel mondo, invece, questa autorità non esiste. Gli Stati sono sovrani e formalmente uguali tra loro. Nessuno può imporre a uno Stato di comparire davanti a un tribunale internazionale se non lo ha accettato. Anche quando esistono corti internazionali, la loro giurisdizione nasce dal consenso degli Stati. Se questo consenso manca, il giudice resta senza processo. Il diritto internazionale conosce tribunali, ma non conosce un giudice obbligatorio: nessuno Stato può essere portato davanti a una corte senza averne accettato la giurisdizione.

È qui che si manifesta la natura peculiare del diritto internazionale: un diritto senza sovrano. Ciò non significa che le norme non esistano. I trattati, le convenzioni, le consuetudini internazionali regolano una quantità enorme di rapporti tra Stati: commercio, navigazione, telecomunicazioni, aviazione civile, ambiente, diritti umani. Senza queste regole il mondo contemporaneo non funzionerebbe nemmeno per un giorno. Eppure, il sistema conserva una fragilità strutturale. Quando entrano in gioco interessi vitali come guerra, sicurezza, geopolitica, il diritto spesso cede il passo alla forza o alla convenienza politica. Le sanzioni internazionali, le pressioni diplomatiche e gli equilibri di potere diventano allora gli strumenti reali di applicazione delle norme.

Il paradosso è che il diritto internazionale funziona meglio proprio quando non se ne parla. Nei porti, negli aeroporti, nei cavi sottomarini che trasportano dati e nelle rotte commerciali che attraversano gli oceani, migliaia di regole vengono rispettate ogni giorno senza clamore. È la dimensione invisibile della cooperazione tra Stati.

Quando invece il sistema si incrina, la sua imperfezione diventa evidente. Le crisi internazionali degli ultimi anni lo mostrano con chiarezza: si invocano norme, trattati, principi, ma spesso manca lo strumento capace di imporne il rispetto. Il diritto internazionale non ha la polizia, non ha il monopolio della forza e non ha un tribunale universale davanti al quale tutti siano obbligati a comparire.

Per questo alcuni giuristi lo hanno definito un diritto “debole”. Altri, più realisticamente, lo considerano un diritto diverso. Non è il diritto di uno Stato, ma il diritto di una comunità di Stati. Non nasce dall’autorità, ma dall’equilibrio. Non si fonda sulla coercizione, ma sull’interesse reciproco. Ed è forse proprio questa la sua forza. Perché in un mondo di sovranità gelose e poteri concorrenti, il diritto internazionale non può essere perfetto. Può solo essere possibile.

Fa sempre impressione la sicurezza con cui politici e commentatori da social proclamano la “violazione del diritto internazionale”. Peccato che quel diritto non abbia il tribunale universale davanti al quale portare la causa il giorno dopo. Ma dirlo con tanta sicurezza, evidentemente, costa meno che conoscerlo. E non si fa bella figura.

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