Cronache dai Palazzi
La Nato resta “unita e determinata a rafforzarsi, un’alleanza consapevole delle sfide che ha di fronte. L’Italia condivide questi obiettivi, ha portato al vertice un’idea molto concreta di sicurezza, cioè una sicurezza che non riguarda solo gli equilibri geopolitici ma che tocca la vita quotidiana dei cittadini”. L’Italia si è presentata al vertice di Ankara “con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza” assicurando di essere “un alleato credibile: forniamo più uomini di tutti nelle missioni”, ha affermato la premier Meloni. A proposito di difesa del Vecchio Continente “è tempo che l’Europa garantisca la propria sicurezza da sola e non per fare un favore a qualcuno, ma per non dipendere da nessuno e quindi è una questione di sovranità ancora prima che di difesa”. Per di più la premier puntualizza che oggi sicurezza non vuol dire solo armi in quanto “oggi parlare di sicurezza significa anche protezione delle infrastrutture critiche, sicurezza energetica, cyber sicurezza e quindi sicurezza dei dati delle famiglie, delle imprese, delle pubbliche amministrazioni”.
Per quanto riguarda i rapporti con Washington possono cambiare i presidenti ma le relazioni diplomatiche e tra alleati rimangono immutate. “L’investimento politico l’ho fatto per convinzione sull’unità dell’Occidente. Non è strategia arrivata con Trump, ma che ho con tutti i miei interlocutori”, ha sottolineato Giorgia Meloni rispondendo ai giornalisti che hanno per l’appunto chiesto delucidazioni per quanto riguarda l’asse Roma-Washington a ridosso degli ultimi episodi che hanno avuto come protagonista l’inquilino e l’amministrazione della Casa Bianca.
Riguardo alle spese militari “vogliamo rispettare gli impegni”, afferma la premier sottolineando la necessità di farlo “in modo sostenibile, stabilendo noi i tempi, i modi e le priorità”. Meloni inoltre aggiunge che i suddetti investimenti “debbono rimanere in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori, quindi più sicurezza, ma anche più lavoro qualificato, più ricerca e non assegni all’estero”.
Sul fronte nazionale le spese militari dividono comunque le forze politiche, ma il governo sottolinea che dire che si tolgono finanziamenti agli ospedali per riversarli sulle armi “è ridicolo”. Nel contempo, a proposito di sanità – secondo l’analisi dei Lea (Livelli essenziali di assistenza) del ministero della Salute – le Regioni con i migliori risultati sono Veneto, Emilia-Romagna e Toscana mentre le situazioni più critiche si registrano in Sicilia, Calabria e provincia autonoma di Bolzano. Gli indicatori presi in considerazione, relativi a tre macroaree, sono 88 tra cui prevenzione, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera. Per essere “promosse” le Regioni devono raggiungere il punteggio di 60 in una scala da 0 a 100.
“I dati sui Lea e i miglioramenti registrati a livello regionale mostrano un cambio di passo del sistema. Avevamo otto Regioni [Valle d’Aosta, Bolzano, Liguria, Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sicilia, ndr] con parametri sotto la sufficienza un anno fa, ora sono tre”, sottolinea il ministro della Salute, Orazio Schillaci, che a nome dell’intero esecutivo ribadisce: “Penso sia un risultato inequivocabile. Il governo ha lavorato da subito per una sanità più efficiente e vicina ai cittadini. E un lavoro che porteremo avanti ancora e che stiamo certificando, non con le parole, ma con i dati alla mano”. Miglioramenti resi possibili anche in virtù di una dotazione finanziaria di 5 miliardi aggiuntivi. Nel dettaglio cinque Regioni hanno registrato dei miglioramenti, in primo luogo, per quanto riguarda le prestazioni erogate dalle rispettive Asl. È il caso di Abruzzo, Basilicata e Valle d’Aosta gravemente insufficienti nel 2023 e passi avanti nella prevenzione sono stati compiuti oltre che dall’Abruzzo anche da Liguria e Molise.
Nonostante un generale miglioramento dei Livelli essenziali di assistenza sull’intero territorio nazionale restano comunque marcate le differenze che separano il Nord dal Sud del Paese, sia per quanto riguarda l’accesso alla salute sia per ciò che concerne il diritto alla salute. Come sottolinea anche la Simi (Società italiana di medicina interna) “l’obiettivo è garantire a tutti i cittadini, indipendentemente dalla regione di residenza, gli stessi standard di qualità, appropriatezza e tempestività delle cure”.
Un altro fronte è occupato dalla Legge elettorale che Palazzo Chigi vorrebbe portare in porto entro l’estate. L’esame del testo inizierà a Montecitorio martedì 14 luglio mentre per la presentazione degli emendamenti al testo della nuova Legge elettorale c’è tempo fino a lunedì 13. Nel complesso sembra essere stato raggiunto un accordo per il voto dei circa 4,9 milioni elettori fuorisede – studenti, lavoratori e persone che si curano lontani dalla propria residenza che potranno votare nel luogo dove sono domiciliati “per un periodo di almeno 9 mesi” – ma è ancora battaglia per quanto riguarda le preferenze, un argomento che spacca la maggioranza: Fratelli d’Italia e Noi moderati dalla parte del sì, Forza Italia e Lega dalla parte del no. Nello specifico per i forzisti “la Legge elettorale la fa il Parlamento”, e non il partito della premier. La Lega invece rende noto: “Per noi la Legge elettorale non è mai stata una priorità”, ribadendo l’urgenza dei temi economici, sociali e di sicurezza.
“Le preferenze così come le conosciamo in Italia, nei Comuni, sono un unicum nel mondo. Stiamo anche guardando come funziona negli altri Paesi, per cercare di realizzare una soluzione magari moderna, al passo con i tempi”, afferma Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia specificando la necessità di vagliare diverse ipotesi per poter trovare una soluzione sulla quale essere tutti d’accordo. Tra le ipotesi prese in considerazione vi è la soluzione mista con capilista bloccati, un’ipotesi compromesso sulla quale però si avvertono delle riserve in quanto si teme che non possa superare l’esame della Corte Costituzionale.
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