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Il like, la nuova elemosina

Hai cento lire da darmi? Mi dai un po’ di spicci? Ce l’hai un euro? Oggi invece si chiede Lasciami un like. E non è solo un sostituto di un po’ di denari, ma qualcosa di più profondo.

C’era un tempo in cui la benedizione arrivava da chi contava: il sacerdote, l’anziano del villaggio, il maestro. Bastava un gesto, una parola, un cenno di approvazione e ci si sentiva a posto con il mondo. Oggi quella benedizione ha cambiato forma. Si chiama like. E arriva da chiunque, ovunque, a qualsiasi ora.

Non è un’esagerazione retorica. È un bisogno antico che è semplicemente trasmigrato altrove. L’essere umano ha sempre cercato conferma sociale: dal branco preistorico che decideva chi restasse dentro il gruppo, alla comunità religiosa che stabiliva chi era salvo e chi no. Quel bisogno non è sparito con la secolarizzazione. Si è solo spostato su uno schermo, ed è diventato misurabile, in tempo reale, con un numero sotto ogni post.

Per un adulto, questo meccanismo è già difficile da gestire. Per un adolescente, che sta ancora costruendo la propria identità, è quasi ingestibile. Il cervello di un ragazzo di quattordici anni non distingue bene tra l’approvazione di uno sconosciuto e quella di un genitore. Il sistema di ricompensa è lo stesso, il rilascio di dopamina è identico. E allora perché cercare la stima faticosa di un insegnante, quando bastano tre secondi di un video ben girato per ottenere il consenso di centomila persone? Qui arriva il punto che raramente viene detto con la chiarezza necessaria: l’algoritmo non premia il merito. Premia l’ingaggio. Sono due cose diverse, spesso opposte.

Prendiamo un caso che tutti in Italia conoscono, senza bisogno di giudizi morali sulla persona: Rita De Crescenzo. Milioni di visualizzazioni, un seguito enorme, soprattutto tra i giovanissimi. Nessuno, onestamente, sosterrebbe che quei contenuti facciano cultura, trasmettano competenze, costruiscano pensiero critico. Eppure, funzionano, e funzionano meglio di un documentario ben fatto, di una lezione universitaria messa online, di un libro recensito con cura. Perché l’algoritmo non misura il valore. Misura il tempo che restiamo incollati allo schermo, e quel tipo di contenuto, per meccanismi che hanno a che fare con la sorpresa, l’eccesso, la ripetizione, trattiene l’attenzione meglio di quasi tutto il resto.

Un ragazzo che cresce dentro questo sistema impara, senza che nessuno glielo insegni esplicitamente, una lezione pericolosa: contare non significa valere, significa intrattenere. E se intrattenere paga più che studiare, la scelta razionale, agli occhi di un sedicenne, diventa ovvia. Non è colpa dei ragazzi. È colpa nostra, adulti, che abbiamo costruito o lasciato costruire un sistema che elargisce riconoscimento come un tempo si elargiva l’elemosina: senza guardare in faccia chi la riceve, senza chiedersi se lo merita, solo perché il gesto in sé produce un beneficio, per chi lo riceve e per chi lo distribuisce. L’algoritmo distribuisce attenzione con la stessa logica indifferente con cui un tempo si distribuivano monete ai piedi di una chiesa: non per virtù, ma per presenza.

C’è una differenza, però, che vale la pena notare. L’elemosina antica, per quanto ambigua, aveva un limite fisico: si esauriva, richiedeva una presenza reale, un contatto, uno sguardo. Il like non si esaurisce mai. È infinito, disponibile ventiquattro ore su ventiquattro, e proprio per questo crea una fame che nessuna quantità di conferma riesce a saziare davvero.

Forse il compito più urgente, oggi, non è insegnare ai ragazzi a usare meno lo smartphone. È insegnare loro a riconoscere la differenza tra essere visti ed essere stimati. Sono due esperienze che sembrano identiche sullo schermo, e sono completamente diverse nella vita vera. L’elemosina, quella vecchia, almeno sapeva di essere elemosina. Quella nuova si traveste da merito. Ed è proprio questo travestimento, più di ogni algoritmo, il vero pericolo per chi sta ancora imparando chi vuole diventare.

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