Politica

Cronache dai Palazzi

Servono risorse non solo per la difesa ma anche per l’energia. L’obiettivo del nostro Paese è arrivare ad uno scostamento autorizzato da Bruxelles sul modello del progetto Safe – un prestito europeo da circa 15 miliardi da restituire in 45 anni – trattativa aperta e definita “difficile”. In sostanza l’impegno del governo di portare al 5 per cento del Pil le risorse per le spese militari dovrebbe essere sottoposto a revisione a fronte delle crisi economica acuita dalle guerre in corso. La decisione dovrà essere perfezionata in sede europea, tenendo comunque fede agli impegni presi in ambito militare, come reclamato dal ministro della Difesa Crosetto che lo considera un punto fermo del proprio mandato. Si tratta di spese per ora congelate, ed eventualmente si dovrà procedere con una deroga al Patto di Stabilità. Le istituzioni europee hanno a loro volta messo in evidenza che sussistono comunque dei margini di flessibilità nell’ambito delle regole vigenti.

Il dibattito è aperto non solo sul fronte delle opposizioni ma anche all’interno della maggioranza, dove tra l’altro vige un clima piuttosto dinamico e l’Europa sembra essere tornata ad essere “un problema politico”, “il gigante burocratico” che deve fare “meno e meglio”, come ha puntualizzato la premier Giorgia Meloni di fronte all’Assemblea di Confindustria dividendo i danni con il “gigante burocratico” per l’appunto, e la campagna elettorale per il 2027 alle porte. “Ci sono tante vie per arrivare al risultato, le stiamo esplorando tutte”, ha affermato la scorsa settimana il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti al margine del G7 di Parigi e riferendosi in primo luogo all’eventuale deroga al Patto di Stabilità europeo, una richiesta dell’Italia per far fronte al caro energia.

Il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), il Fondo di coesione, il Fondo per una transizione giusta sono alcuni degli strumenti già in essere ai quali si aggiungono il Piano AccelerateEu e il Piano d’azione per i fertilizzanti, ultima misura di emergenza messa in atto a causa della guerra nello Stretto di Hormuz. “Gli Stati membri e le Regioni possono agire su più fronti: creare nuovi strumenti finanziari per anticipare i pagamenti e adottare tutti gli adeguamenti programmatici necessari”, scrive il commissario Ue Raffaele Fitto in una lettera ai ministri dei 27 Paesi membri, responsabili della politica di coesione e auspicando l’utilizzo, “con urgenza”, dei vari “strumenti” a disposizione: “L’Ue ha le risorse per rispondere e dobbiamo mobilitarle adesso”, sottolinea Fitto suggerendo inoltre di “ampliare le misure di sostegno per famiglie e imprese al fine di ridurre l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia”. Le opposizioni, sia sul fronte nazionale sia sul fronte europeo, si oppongono sottolineando che i fondi di coesione non rappresentando un “bancomat di emergenza” e occorrerebbe attingere le risorse dal riarmo e dagli extraprofitti.

La politica di coesione prevista dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea mira nello specifico a sostenere la crescita economica degli Stati membri riducendo il divario tra di loro e favorendo la cooperazione. Fondi strutturati ad hoc, veri e propri meccanismi di solidarietà a disposizione degli Stati per la creazione di posti di lavoro, per sostenere la competitività delle imprese, lo sviluppo sostenibile e la protezione dell’ambiente. Nello specifico il Fondo sociale europeo plus è uno dei fondi principali, con un ammontare complessivo di 99,3 miliardi di euro, ma ne possono usufruire solo gli Stati il cui reddito nazionale lordo pro-capite è inferiore al 90% della media dell’Ue, l’Italia è quindi esclusa. Il Fondo di coesione (42,6 miliardi) sono contributi destinati alla riconversione industriale, alla transizione ambientale, alla connettività digitale, alle fonti energetiche alternative. Energia, transizione ecologica e digitale sembrano essere gli obiettivi prioritari di riconversione.

Nelle eventuali trattative con Bruxelles, per ottenere fondi e flessibilità a favore delle spese per il caro energia, il governo italiano mira in pratica ad evitare un braccio di ferro che tra l’altro potrebbe acuire i conflitti sul fronte politico interno, anche all’interno della maggioranza di governo, come alcuni commenti a caldo fanno già presagire. A proposito di misure messe in campo per fronteggiare la crisi energetica interviene anche la Banca centrale europea che nel rapporto sulla stabilità finanziaria mette in guardia per quanto riguarda i rischi di misure di sostegno fiscale previste per un tempo troppo lungo. Da preferire misure “temporanee e mirate” in modo da evitare “pressioni inflazionistiche persistenti” e, nel contempo, evitando il rischio di “gravare ulteriormente sulle finanze pubbliche”. In sostanza “un’interruzione più prolungata dell’approvvigionamento energetico e una crescita nettamente più debole potrebbero indurre gli operatori di mercato a rivalutare il rischio sovrano”, provocando effetti non positivi sugli spread dell’area Euro.

In attesa della risposta della Commissione europea alla lettera inviata da Palazzo Chigi – risposta che potrebbe arrivare molto probabilmente la prossima settimana – il vicepresidente esecutivo italiano della Commissione, Raffaele Fitto, con delega alla Coesione e al Pnrr, media il dialogo tra Roma e Bruxelles, vagliando possibili rimodulazioni delle risorse o una eventuale rivisitazione dei fondi del Pnrr come auspicato dalla presidente von der Leyen, per gli Stati membri che lo richiedono. Attivo anche il dialogo con il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis con l’obiettivo di “evitare” uno scostamento secondo il modello Safe per la difesa, scostamento che dovrebbe comunque essere preso in considerazione dal Consiglio europeo. In definitiva il caro energia è un fardello non solo per l’Italia ma per diversi altri Stati membri e per ora il progetto Safe rimane congelato. Tra pochi giorni inoltre, nello specifico il 6 giugno, scadrà anche il termine dell’ennesimo intervento sulle accise, una scelta non condivisa tra l’altro dal Fondo monetario internazionale che ha lanciato l’allarme sul debito anche per l’Italia, debito ad un livello “troppo elevato” che rende il Paese esposto e vulnerabile. “Lo sappiamo che il debito è alto” ha affermato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, non si tratta di “una novità”. Il debito eventualmente scenderà “quando finiremo di pagare le rate del passato”, sottolinea Giorgetti riferendosi anche al carico del Superbonus, un peso per le finanze, da smaltire.

Su un altro fronte vi è la nuova legge elettorale in gestazione: lo Stabilicum. La partita dovrebbe concludersi entro l’estate anche se per le opposizioni non rappresenta una priorità. “Penso che ai cittadini la legge interessi relativamente, ma è fondamentale per il Paese, è necessario quindi un dialogo proficuo”, afferma a sua volta il presidente della Camera Lorenzo Fontana.

Si prevedono due giorni di audizioni, il 3 e il 4 giugno, dopodiché si passerà ai voti in commissione. L’inizio dell’esame del testo in Aula, a Montecitorio, è fissato invece per il 26 giugno e a Palazzo Madama entro fine agosto. Le colonne portanti della nuova legge elettorale sembrano essere il sistema proporzionale che sostituisce il sistema misto attuale – un mix di maggioritario e di proporzionale – e il premio di maggioranza per la coalizione o lista vincente nel caso in cui venga superato il 42% in entrambe le Camere. Qualora il 42% venga raggiunto soltanto in una delle due Camere la distribuzione dei seggi è totalmente proporzionale. Scompaiono insomma i collegi e subentra una sfida tra coalizioni o tra singoli partiti che presenteranno liste di candidati in ogni circoscrizione ma, per il momento, senza la possibilità di indicare delle preferenze, tema, quello delle preferenze, sul quale il centrodestra non ha trovato un’intesa e dovrà essere per l’appunto affrontato in Aula. Eliminato inoltre il ballottaggio tra le prime due coalizioni o partiti nel caso in cui nessuno raggiunga la soglia, caso in cui i seggi verrebbero distribuiti esclusivamente con il sistema proporzionale. Per partecipare alla distribuzione le liste dovranno superare la soglia del 3% mentre per le coalizioni rientrerebbe anche il primo dei partiti sotto il 3%.

Altro nodo il candidato premier che non potrà essere indicato sulla scheda, in quanto resta prerogativa del Capo dello Stato nominare il presidente del Consiglio, ma dovrà essere indicato obbligatoriamente un candidato premier (unico nel caso di una coalizione) al momento della presentazione delle liste e del programma. L’indicazione del candidato premier per Palazzo Chigi diventerebbe quindi obbligatoria come non era mai accaduto fino ad ora.

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