Anche Fidippide aveva l’ansia da risposta
Il 24 maggio 1844 Samuel Morse inviò il primo messaggio telegrafico della storia. Poche parole, scelte con cura: “What hath God wrought?” (Che cosa ha compiuto Dio?). In quell’istante nacque qualcosa che oggi consideriamo banale ma che fino ad allora era quasi inconcepibile: la possibilità che un messaggio viaggiasse più veloce di un essere umano.
E da quel momento comunicare cambio totalmente. E oggi siamo all’estremizzazione opposta. Se qualcuno non risponde ad un WhatsApp dopo tre secondi dall’apparizione delle spunte blu, esplodendo panico. Quello che nessuno racconta, però, è che l’ansia da risposta non è un’invenzione moderna. È vecchia quanto la comunicazione stessa.
Fidippide, il messaggero greco che secondo la leggenda corse da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria sui Persiani, morì subito dopo aver pronunciato “Nenikékamen” (abbiamo vinto). La storia è in parte probabilmente leggendaria, ma il meccanismo che descrive è reale: qualcuno aspettava una notizia urgente, e qualcun altro si consumava per portarla. L’ansia era bipartisan. Chi attendeva e chi correva erano entrambi prigionieri dello stesso intervallo di tempo.
La differenza tra allora e oggi non è nella struttura psicologica dell’attesa. È nella soglia di tolleranza che ogni generazione di tecnologia ha progressivamente abbassato. Il telegrafo di Morse non fu soltanto un’invenzione tecnica. Fu il primo grande trauma temporale della modernità. Per la prima volta nella storia, un messaggio poteva arrivare quasi istantaneamente a centinaia di chilometri di distanza. L’umanità iniziò ad abituarsi all’idea che l’attesa non fosse più inevitabile ma che fosse, invece, un problema tecnico risolvibile. Da quel momento la velocità della comunicazione non smise più di aumentare, e con essa aumentò la pressione implicita a rispondere con la stessa velocità.
Il telefono eliminò il silenzio tra domanda e risposta. La radio portò la voce contemporaneamente a milioni di persone. Internet ha abolito quasi ogni barriera geografica. Lo smartphone ha reso permanente la connessione. E infine ecco le notifiche, i segni di spunta blu, gli indicatori di “sta scrivendo”.
Ogni innovazione ha venduto sé stessa come soluzione a un problema. E ogni volta che il problema è stato risolto, si è creato uno spazio psicologico più ristretto dentro cui l’attesa diventa intollerabile. Non perché le persone siano diventate più impazienti nel senso morale del termine. Ma perché il sistema di aspettative che li circonda è cambiato.
Se sai che il tuo interlocutore ha il telefono in mano, che ha letto il messaggio, che il segno di spunta è diventato blu, allora ogni minuto senza risposta richiede una spiegazione. L’assenza di risposta non è più silenzio neutro. È un dato.
Questo è il punto che si tende a ignorare nel dibattito sulla salute mentale digitale. Il problema non è che le persone siano dipendenti dallo smartphone nel senso vago e generico in cui si usa questo termine. Il problema è che le piattaforme hanno creato sistemi di segnalazione così granulari come timestamp, ricevute di lettura, stati online, tali da rendere ogni ritardo nella risposta semanticamente carico. Chi attende non aspetta nel vuoto: interpreta. E interpreta con gli strumenti che il sistema ha messo a disposizione.
Fidippide non aveva ricevute di lettura. Il suo committente non sapeva se fosse vivo o morto, se stesse correndo o si fosse fermato, se la notizia stesse arrivando o fosse già perduta. L’incertezza era totale, e quindi gestibile come tale. Si aspettava senza interpretare, perché non c’era nulla da interpretare. Oggi l’incertezza è quasi eliminata e questo, paradossalmente, la rende insopportabile. Sapere che l’altro è online, che ha visto, che potrebbe rispondere in qualsiasi momento, trasforma l’attesa in una lettura continua di segnali. Non è più pazienza. È analisi.
Il costo di questo meccanismo non appare in nessun bilancio. Le piattaforme misurano l’engagement, il tempo di sessione, il tasso di risposta. Non misurano l’energia cognitiva consumata nell’interpretazione dei silenzi, né il costo di vivere in un sistema dove ogni pausa comunicativa diventa un evento da decodificare.
Anche i tamburi parlanti dell’Africa occidentale, i talking drums capaci di trasmettere messaggi attraverso variazioni ritmiche tra villaggi lontani, avevano i loro tempi morti, le loro attese, i loro silenzi inevitabili. Nessuno si aspettava una risposta in tempo reale. L’attesa era incorporata nel sistema, non come difetto ma come caratteristica strutturale.
La domanda, allora, non è se la tecnologia abbia creato l’ansia da risposta; Fidippide dimostra che il problema è più antico. La domanda è chi ha deciso che eliminare l’attesa fosse un progresso privo di costi, e chi sta pagando quei costi oggi.
Samuel Morse probabilmente non immaginava che quel primo impulso elettrico del 24 maggio 1844 avrebbe prodotto, cent’ottant’anni dopo, milioni di persone che fissano uno schermo aspettando che due segni di spunta grigi diventino blu. Ma la catena causale è diretta. Ogni accelerazione ha ristretto lo spazio tollerabile dell’attesa. Ogni soluzione tecnica ha creato un nuovo pavimento sotto il quale il ritardo diventa inaccettabile.
Non abbiamo mai avuto così tanti strumenti per comunicare 01qistantaneamente. Non è affatto certo, però, che abbiamo imparato a sopportare meglio il silenzio di chi ci sta di fronte.
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