Egitto, vincitori e perdenti

Quasi 20 giorni dopo il colpo di Stato che ha destituito il Presidente Morsi, contestato dalla strada da diverso tempo, possiamo provare a fare un piccolo bilancio delle conseguenze che questo atto ha avuto non solo in Egitto, ma anche nei Paesi “partner” del Cairo.

Tra i “vincitori” possiamo, senza alcun dubbio, mettere l’esercito. Discreditato alla fine dei 16 mesi durante i quali aveva assicurato la transizione dopo la caduta di Mubarak nel Febbraio 2011, l’esercito è riuscito a far accettare il suo colpo di forza dalla maggioranza dei manifestanti anti-Morsi e da numerosi dirigenti liberali. E’ riuscito, per ora, a far dimenticare il suo indecoroso bilancio in termini di Diritti Umani: 12mila civili passati in giudicato dai tribunali militari, i test di verginità imposti alle donne e le carneficine commesse contro i Copti nell’Ottobre del 2011 e contro i manifestanti di Tahrir nel Novembre dello stesso anno. Le immense difficoltà di gestione di questo Paese di 88 milioni di abitanti, sul bordo del baratro per quanto riguarda il piano economico, non dovrebbero invogliare troppo l’esercito a dirigere il Paese in prima persona. Tornerà a coordinare e dirigere nell’ombra, dopo aver finito il “rodaggio” del Governo di tecnici, fatto nascere per portare il Paese verso nuove elezioni e soprattutto per portare a termine la scrittura della nuova Costituzione. Come da molto tempo accade, i militari dovrebbero accontentarsi di una “garanzia” che gli permetterà, da consuetudine, di conservare i loro privilegi e le loro prerogative.

Altro “vincitore” è Mohaned el Baradei. L’ex diplomatico, che aveva ricevuto  nel 2005 il Premio Nobel per la Pace grazie agli sforzi volti ad evitare la proliferazione del nucleare riuscendo a mantenere in primo piano il dialogo, gestendo così egregiamente il suo ruolo di Direttore dell’AIEA, non aveva finora ottenuto nessun vero riconoscimento politico nel suo Paese. Dopo la caduta di Mubarak, il suo rifiuto a partecipare alla campagna Presidenziale nel 2012, aveva deluso il campo liberale. Messo a capo dell’opposizione pochi giorni dopo la destituzione di Mohamed Morsi, è ormai il vice-Presidente dell’Egitto. Ma questo democratico che non ha mai rinunciato a criticare la gestione dell’esercito riuscirà a far dimenticare che deve la sua “promozione” ad un colpo d Stato militare, e non al verdetto dei seggi? Tutto dipenderà da questa fase di riorganizzazione tecnica del Paese.

Tra i “vincitori” abbiamo poi i Salafisti. Ammettendo che non hanno nessun programma tranne quello di tornare ai tempi del Profeta, i Salafisti coprono l’importante ruolo di arbitro. E’ il loro veto che ha impedito la nomina di el Baradei a Primo Ministro. Generosamente finanziati dai sauditi, che avevano come fine di destabilizzare i Fratelli Musulmani, il Partito Al Nour (25% dei voti alle elezioni dell’inverno 2011-2012) può sperare di tirare grande profitto dalle difficoltà della confraternita. I Salafisti non possono essere ritenuti responsabili delle difficoltà di gestione del Governo Morsi, ma non possono essere neanche ritenuti coinvolti nel colpo di Stato dell’esercito, che hanno sostenuto in un primo tempo, prima di prenderne le distanze dopo le violenze che hanno visto morire decine di simpatizzanti di Morsi, lo scorso 8 Luglio al Cairo.

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, altra grande vincitrice in questa partita, il Re Abdallah è stato il primo dirigente straniero a congratularsi con Adly Mansur, chiamato a dirigere la transizione politica del dopo Morsi. Riyad, che detesta cordialmente i Fratelli Musulmani, sosteneva da tempo i gruppi salafisti. Per dimostrare la sua soddisfazione, l’Arabia Saudita ha deciso di aiutare l’Egitto con 5 miliardi di dollari. E’ stata seguita a ruota dal Kuwait e dagli Emirati Arabi. Purtroppo tra i “vincitori” dobbiamo mettere anche Al Qaeda. Le pallottole valgono più delle schede elettorali, la Primavera Araba e i successi elettorali dei Partiti islamisti avevano discreditato l’opzione radicale di Al Qaeda e degli altri gruppi jihadisti, soprattutto dopo la caduta dei dittatori di Egitto e Tunisia. La destituzione del primo Presidente islamista arrivato al potere per via “democratica” potrebbe ridare slancio e credibilità ai movimenti armati islamisti.

Anche Bachar el Assad è a modo suo un “vincitore”. Assad è stato particolarmente contento di vedere cadere il Presidente Morsi, che già appena eletto, aveva manifestato una line ostile al regime del dittatore. L’annuncio della rottura delle relazioni diplomatiche dell’Egitto con Damasco, avvenuta lo scorso Giugno, non aveva fatto che aggravare la collera del Capo di Stato siriano.

In prima posizione tra i “perdenti” ci sono, per forza di cose, i Fratelli Musulmani. Nata in Egitto nel 1928, la confraternita, dopo 8 decenni di lotta per la sopravvivenza, non ha avuto il tempo di gustarsi la conquista del potere. Assenti nella prima fase di contestazioni contro l’ex dittatore, i Fratelli Musulmani ne hanno raccolto i frutti alle elezioni (37% dei voti alle Amministrative, 51% dei voti al secondo turno delle presidenziali) probabilmente perché erano la sola forza del Paese veramente strutturata, ma anche per tutti gli anni di azioni caritatevoli: medici gratuiti, corsi serali, attività socialmente utili in tutti i campi. Le decine di migliaia di manifestanti scesi per strada in questi giorni dimostrano che la loro popolarità è ancora forte in alcuni strati della popolazione. La loro fretta di voler accaparrare tutto il potere possibile e tagliar fuori dalle alte sfere del Governo l’opposizione è stato per loro votarsi alla morte, anche se i morti delle ultime ore gli permette di apparire come vittime, martiri che difendono la verità.

Altro “perdente” importante è il Qatar. Dagli inizi della Primavera araba ha, come in altri Paesi della Regione, sostenuto i Fratelli Musulmani. L’abdicazione dell’Emiro Hamad Ben Khalifa Al-Thani, in favore del figlio Tamim e la destituzione del regista della diplomazia del Paese, lo sceicco Hamad Ben Jabr Al-Thani, sono sicuramente legati alla serie di recenti scivoloni diplomatici di Doha. Oggi il nuovo Emiro osserva, le grandi mire espansioniste per i momento sono passate in secondo piano, priorità assoluta è salvare la credibilità.

Anche i media non escono bene da questa prima fase di gioco. All’indomani del colpo di forza, diverse ONG legate ai Diritti Umani hanno denunciato la chiusura di diversi media gestiti da islamisti. Anche la filiale egiziana di Al Jazeera ha pagato caro l’aver diffuso un video nel quale l’ormai destituito Morsi si dichiarava “Presidente eletto dell’Egitto”.

Nel limbo abbiamo Stati Uniti, i “modernisti”, Israele, Hamas e Fatah. Gli appelli di Obama ad “un dialogo costruttivo”, la visita di Burns al Cairo e di Kerry in Giordania dimostrano che il terreno sembra scivolare sotto i piedi della grande potenza. Spiazzata dal “colpo di Stato non colpo di Stato”, Washington si è resa conto che era impensabile perdere un alleato come l’Egitto. Ma all’Egitto Washington interessa ancora molto? I modernisti e i laici, solitamente divisi sul piano politico, sapranno tirare una lezione dalle loro antiche dispute e rimanere uniti per non darla definitivamente vinta ai militari, anche se hanno fortemente voluto che “gestissero” di prima persona la rivolta? Come ex rivoluzionari di Piazza Tahrir, continueranno a rallegrarsi per quanto accaduto? Israele da parte sua vuole solo mantenere gli accordi di Camp David. Morsi non era “apprezzato” quanto Mubarak, ma in fondo non aveva creato problemi nella cooperazione militare e di sicurezza. Lo status quo permane. Hamas, movimento islamista palestinese che viene dai Fratelli Musulmani, perde invece un alleato naturale anche se Morsi aveva deluso i Palestinesi non allentando quanto da loro sperato il controllo sul check-point di Rafah.  Abu Abbas ha invece salutato la caduta di Morsi come “giorno storico per l’Egitto e una lezione per noi”.

I giochi sono aperti, le carte appena distribuite.

© Futuro Europa

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