Economia

Guerra del Golfo: variabile tempo determinante per le nostre PMI

La durata della guerra in Iran sarà cruciale per valutare le ripercussioni economiche sulle nostre PMI. Il punto su prospettive di crescita ed inflazione, anche alla luce dell’escalation bellica in Medio Oriente.

La crescita in Italia – Hanno destato un po’ di delusione gli ultimi dati provvisori appena pubblicati dall’Istat, che hanno fotografato una crescita del PIL italiano 2025 a un +0,5%, leggermente al di sotto delle ultime previsioni che ipotizzavano un +0,7%. Ciò detto, questa limatura finale di un paio di decimali costituisce più un problema formale che sostanziale e questo per almeno due motivi: 1) l’Italia è comunque cresciuta nel periodo compreso tra il 2019 (ante-Covid) ed il 2025 di oltre il 7%, meglio di tutti i grandi competitor europei. 2) il dato di crescita più moderato non ha minimamente intaccato quel processo ancora in atto che ha restituito all’Italia la fiducia di mercati, investitori e società di rating. Aspetto che per un paese che ha oltre 3.000 miliardi di debito pubblico è una questione esistenziale.

L’inflazione in Italia – Gli ultimi dati provvisori hanno registrato in Italia una crescita dell’inflazione, misurata su base annua, dal +1% di gennaio a un +1,6% di febbraio. Si tratta di un dato ancora ben al di sotto del target del 2% indicato dalla BCE, tuttavia, bisogna evidenziare che questo aumento non è ancora imputabile al rincaro delle fonti energetiche, causato dagli eventi bellici. Infatti l’inflazione di fondo, che non tiene conto delle fonti energetiche è comunque cresciuta in Italia a febbraio su base annua al +2,4%.

Le conseguenze economiche della guerra in Medio Oriente – Le ripercussioni economiche della guerra in Iran dipendono strettamente dal fattore tempo. Più, in particolare, un prolungamento del conflitto potrebbe avere queste conseguenze: 1) il blocco prolungato dello stretto di Hormuz, da cui passa il 30% del greggio e il 20% del gas naturale liquefatto a livello mondiale, potrebbe portare al blocco degli impianti produttivi nel Golfo Persico, sia per ragioni di sicurezza sia per l’impossibilità di stoccare il prodotto finito. Ad esempio, il colosso Qatar Energy ha già chiuso gli impianti, riducendo del 20% il gas naturale liquefatto disponibile a livello mondiale. 2) l’aumento della pressione sui prezzi conseguente alla riduzione dell’offerta di petrolio e gas incide in prima battuta sulla bolletta energetica delle grandi imprese energivore. Successivamente, però, i maggiori costi di produzione tendono a contagiare anche le piccole medie imprese a valle della filiera fino a scaricarsi sul prodotto finale e quindi sul consumatore finale. Il rischio a questo punto è che si metta in moto una spirale inflazionistica. 3) per evitare che questa spirale inflazionistica vada fuori controllo, la BCE potrebbe essere obbligata, in caso di allungamento del conflitto, a rialzare i tassi di interesse. Ovviamente, questa ipotetica decisione rallenterebbe ulteriormente la crescita già non brillante delle economie europee.

Conclusione – Dunque, per evitare gravi contraccolpi economici in Europa, il conflitto in Oriente deve esaurirsi molto rapidamente. Il “superego” di Trump ne è convinto, ma è bene ricordare che anche il “superego” di Putin era convinto di chiudere la partita con l’Ucraina in cinque giornate lavorative.

[NdR – Fonte Teleborsa.it che si ringrazia per la collaborazione – Andrea Ferretti è docente al corso di Gestione delle Imprese Familiari – Università di Verona]

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