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L’Europa alimenta l’AI, chi dà il permesso?

Secondo Eurostat, poco meno di un europeo su tre tra i 16 e i 74 anni ha usato strumenti di intelligenza artificiale generativa nel 2025. In Italia ci fermavamo a poco meno di uno su cinque: penultimi nell’Unione, davanti solo alla Romania. Ma c’è un dato che nel dibattito pubblico non compare quasi mai: quanti siti hanno dichiarato ai sistemi AI cosa possono fare con i loro contenuti. La risposta, per chi come me lavora su siti italiani occupandosi di AIO e GEO, l’ottimizzazione per i motori generativi, è sconfortante: pochissimi, a quanto posso osservare.

Quando un utente fa una domanda a ChatGPT, Perplexity o Gemini, il sistema recupera informazioni da numerose fonti, le sintetizza e restituisce una risposta confezionata. L’utente legge, si fida, chiude. Il sito che ha prodotto il contenuto originale, nella maggior parte dei casi, non riceve traffico, ottiene al massimo una menzione con tassi di clic molto bassi e non riceve alcun compenso diretto. Non è una teoria: una ricerca del Pew Research Center su quasi 70.000 ricerche reali mostra che quando compare una risposta AI nei risultati di Google, gli utenti cliccano sui siti tradizionali nell’8% dei casi, contro il 15% quando la risposta AI non c’è. I link citati dentro il riquadro AI vengono cliccati nell’1% delle visite.

La normativa europea sul copyright prevede che i titolari dei diritti possano riservarsi l’uso dei propri contenuti per operazioni automatizzate di estrazione dei dati, purché questa riserva sia espressa in modo leggibile dalle macchine. Esistono già protocolli tecnici, dai classici file di istruzioni ai crawler fino a standard più recenti in fase di adozione, che i professionisti di Artificial Intelligence Optimization e Generative Engine Optimization usano per comunicare segnali precisi ai motori generativi. Gli stessi protocolli che permettono di dire “non usare i miei contenuti” permettono anche di dire “usali, ed ecco come leggerli correttamente”. Il silenzio non è neutralità: è invisibilità. E quando un sito tace, i motori generativi vanno avanti lo stesso, pescando anche altrove, da fonti meno accurate, meno aggiornate, a volte sbagliate. Le risposte AI su un settore, un brand, una persona, un’azienda si costruiscono con quello che c’è. Se non sei tu a fornire segnali chiari, lo fa qualcun altro al posto tuo.

L’Europa ha prodotto una delle normative più avanzate al mondo sulla protezione dei contenuti digitali. Ma la grande maggioranza dei siti italiani, almeno per quanto vedo nel mio lavoro, non la traduce in scelte tecniche concrete: l’infrastruttura di comunicazione con i motori generativi sembra non esistere, non perché ignorata, ma perché non è mai stata considerata. Chi lavora su AIO e GEO sa che molti dei protocolli necessari non sono ancora standard consolidati: sono specifiche in fase di definizione, segnali sperimentali, architetture che il settore sta costruendo in tempo reale. Nel mio lavoro ho iniziato a implementarli da tempo, e continuo a farlo anche quando le specifiche non sono ancora formalizzate, perché aspettare che diventino mainstream significa arrivare tardi.

Finché i siti non dichiarano la propria posizione, i loro contenuti restano di fatto disponibili per chi vi accede, nel perimetro di ciò che la legge consente in assenza di riserva esplicita. Ma disponibili non significa leggibili correttamente, né riconoscibili come fonte affidabile. Ogni giorno vengono letti, digeriti e rielaborati da sistemi che non hanno mai ricevuto un’indicazione esplicita su cosa possono farne. La normativa c’è. Gli strumenti stanno emergendo. La scelta di usarli, per ora, resta di chi produce contenuto o lavora nel settore. E ad oggi, troppo pochi la stanno facendo.

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