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Cinque anni senza Chick

Armando Anthony Corea, in arte Chick. Chi conosce, ama e apprezza la musica lo conosceva. Per chi non ha mai sentito questo nome, vi invito ad andare su YouTube, fare click su tutto ciò che trovate di lui, chiudere gli occhi ed ascoltare. Ci sono musicisti che entrano nella vita come vecchi amici, senza presentazioni. Un giorno accendi la radio e trovi un pianoforte che corre, salta, pesta, poi accarezza. Ti volti e scopri che quello è Chick Corea. Non te lo dimentichi più.

Sono passati cinque anni dalla sua scomparsa. Non tanti, non pochi. Il tempo, per gli artisti veri, non funziona come per noi. Per loro è una specie di eco che continua a vibrare. E Chick quell’eco l’ha lasciata dappertutto: sulle tastiere elettriche degli anni Settanta, sui palchi consumati dei jazz club, nelle orchestre sinfoniche dove improvvisava come un ragazzino pieno di curiosità.

A pensarci bene, Corea era rimasto sempre un ragazzo. Uno di quelli che non smettono mai di aprire una porta perché dietro, forse, c’è un accordo nuovo. Gianni Minà avrebbe detto che era «uno che non aveva paura di sbagliare», e forse è proprio così. Enzo Biagi, più asciutto, l’avrebbe presentato con un sorriso di lato: «Un americano di origini italiane che al pianoforte parlava più che nella vita».

Chick parlava davvero attraverso i tasti. La sua musica aveva una caratteristica rara: era libera. Non anarchica, non confusa. Libera. Poteva suonare Mozart la mattina, dirigere un’orchestra il pomeriggio e la sera far partire un’improvvisazione con un ragazzino che non aveva mai visto prima. Per lui la musica era un campo aperto, non un recinto.

La prima volta che ascolti Spain capisci che il jazz non è solo jazz, è un viaggio. Con Return to Forever ha costruito un’astronave che negli anni Settanta ha portato milioni di persone fuori dal pianeta. In tempi in cui il mondo aveva paura, Chick suonava come se ci fosse sempre una strada migliore da prendere. Forse è questo il motivo per cui tanta gente continua a metterlo su quando deve trovare coraggio.

Cinque anni senza Chick. Ci pensi e ti viene in mente quel suo sorriso timido, da uomo che non amava stare troppo al centro della scena, proprio lui che la scena l’ha cambiata. Capitava che nei backstage sorridesse, si passasse una mano tra i capelli e dicesse: «Let’s play something». Come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se non stesse per riscrivere un pezzo di storia della musica.

La sua musica rispondeva a domande sulla vita, sulla spiritualità, su quel modo tutto suo di essere serio e bambino insieme. Un giornalista coscienzioso lo avrebbe fatto sedere in uno studio silenzioso, con un’illuminazione morbida, e gli avrebbe chiesto: «Perché la musica, signor Corea, non l’ha mai tradita?». Chick forse avrebbe risposto che la musica non tradisce mai chi la rispetta.

E noi, oggi, che cosa facciamo senza di lui? Continuiamo ad ascoltarlo, che è l’unico modo sano di ricordare un artista. Mettere un suo disco è come riaprire una finestra. Entra aria. Entra luce. Entra quella strana, meravigliosa sensazione che tutto, almeno per qualche minuto, abbia un senso. Cinque anni non cancellano niente.

Chick aveva suonato con tutti: da Miles Davis a Herbie Hancock, da Gary Burton a Bobby McFerrin. Con McFerrin giocava come due bambini in un cortile: improvvisazioni, duetti, scambi di voce e piano che sembravano conversazioni tra amici.

Quanto ai social, probabilmente li avrebbe usati con ironia: due foto, qualche sorriso, e poi via a suonare. Perché, per uno come lui, nessun algoritmo avrebbe mai potuto sostituire il palco. Una nota ben suonata dura più di tante statue. E se la musica di Corea è rimasta così fresca, così viva, è perché non apparteneva al suo tempo. Apparteneva alla vita. E la vita, finché qualcuno preme “play”, non finisce mai.

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