Gene Wilder avrebbe fatto Novanta

Ci sono pochi attori la cui faccia è indelebilmente associata a uno dei loro personaggi o a una scena che li contraddistingue più di ogni altra. Sean Connery è “My name is Bond, James Bond.”. Humphrey Bogart ha il volto di Casablanca e Clark Gable è per tutti l’indimenticabile Rhett Butler.

Avrebbe compiuto novant’anni oggi Jerome Siberman, in arte Gene Wilder e per scegliere le sue scene iconiche abbiamo l’imbarazzo della scelta. Lo vogliamo ricordare in Frankenstein Junior mentre precisa che il suo nome in Frankenstin allo sbigottito Igor (o Aigor?); o nello stesso film mentre inizia a piovere durante la scena del cimitero mentre inizia un temporale (“Potrebbe andare peggio.” “E come?” “Potrebbe piovere.”). Ma possiamo anche rivederlo seduto su una finestra in “La signora in Rosso.”. Per i più giovani la sua faccia è un meme fin troppo abusato sui social preso da Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato. Potremmo continuare.

Nato a Milwaukee, suo padre era un immigrato ebreo russo e si interessò per la prima volta alla recitazione all’età di otto anni, quando a sua madre fu diagnosticata la febbre reumatica e il dottore gli disse di “provare a farla ridere”. Un mestiere che sembra avere bene imparato. Gene Wilder è stato in grado di combinare perfettamente comicità, emozione e profondità nei suoi ruoli. Ha dimostrato una grande versatilità, passando con facilità dal comico all’emozionante, mostrando anche abilità drammatiche notevoli. Al di fuori del mondo del cinema, Wilder è stato anche un talentuoso scrittore, sceneggiatore e regista, attività probabilmente meno note al pubblico italiano che in lui ha sempre visto l’immagine di una maschera comica.

Si legge nelle biografie che, all’età di 11 anni, vedendo sua sorella studiare recitazione, chiese al suo insegnante di diventare un suo studente; questi rispose che se fosse ancora interessato all’età di 13 anni, lo avrebbe accettato. Il giorno dopo aver compiuto 13 anni, chiamò l’insegnante e studiò con lui per due anni. Dopo la laurea fu accettato alla Bristol Old Vic Theatre School di Bristol, in Inghilterra e tornò negli Stati Uniti per studiare il sistema di Stanislavskij.

Nel 1963 la svolta della sua carriera. Mentre lavorava con Anne Bancroft, la futura Ms. Robinson de “Il laureato”, questa lo presentò all’allora suo fidanzato e poi marito Mel Brooks. Questi stava lavorando alla sceneggiatura di “Springtime for Hitler” che diventò film nel 1968 con il titolo “The Producers” (in italiano tradotto in Per favore non toccate le vecchiette) che lo portò alla candidatura per il miglior attore non protagonista.

Nel 1971 fu la volta del menzionato Willy Wonka; il film fu all’inizio un flop, solo in seguito divenne un cult, e altri film senza grande successo seguirono fino al 1974 quando recitò con Mel Brooks alla regia in due dei loro più riusciti film. Il primo fu “Mezzogiorno e mezzo di fuoco”, dove interpretò Waco Kid sostituendo l’attore che doveva essere protagonista e, subito dopo, The Young Frankenstein, dove a fianco di Marty Feldman e Peter Boyle raggiunse apici di comicità difficilmente ripetibili.

Le scene della stazione con l’incontro tra i protagonisti e il viaggio verso il castello (“Lupo ululà e castello ululì”) sono veri capolavori così come quella del mostro che incontra l’eremita cieco interpretato da Gene Hackman. Il successo che dura fino agli anni Ottanta, dove si distingue anche come regista. Capolavoro comico del 1984 è La signora in Rosso con Kelly LeBrock che imita Marilyn e le musiche di Stevie Wonder.

Wilder si è distinto anche per l’impegno sociale, ad esempio per la sensibilizzazione sul cancro ovarico, malattia che ha colpito sua moglie, l’attrice Gilda Radner dopo la morte della quale, fondò un’associazione a suo nome che offre sostegno emotivo a pazienti con cancro e alle loro famiglie.

Successivamente la carriera di Wilder inizia a declinare, anche a causa dell’Alzheimer di cui soffriva. Gradatamente si ritira dalle scene fino alla morte, nel 2016 a 83 anni.

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