Diritti e sicurezza

La sollevazione di Brasilia è solo la punta avanzata di un fenomeno diffuso in America Latina ma anche in altre parti del mondo: il reclamo dei propri diritti, veri o falsi, sostenuto dalla violenza distruttrice e dall’attacco alle istituzioni democratiche. Questo metodo è comprensibile in Paesi, come l’Iran, dove è il solo metodo per resistere a un’autorità arbitraria e tirannica, ma non lo è in regimi retti da una democrazia, sia pur imperfetta.

In Argentina e Cile, da anni esiste una sollevazione dei popoli originari, i “mapuche”, che rivendicano quelle che considerano terre ancestrali. Lo fanno ricorrendo alla violenta occupazione di terreni di proprietà privata e pubblica, incendiando zone boscose e terrorizzando gli abitanti, che non sono latifondisti usurpatori ma gente modesta, contadini lavoratori.

La risposta dei governi, nazionale e locali, c’è, ma è spesso paralizzata da giudici ideologizzati e da simpatie politiche di gente affine al maledetto populismo. Funziona anche la difficoltà obiettiva di identificare i colpevoli, che spesso si nascondono lasciando esposti donne e bambini, E ogni volta che lo Stato fa qualcosa di serio, si leva il coro degli specialisti dei “diritti umani”, per cui i diritti delle vittime della violenza non contano. Al di fuori dei conflitti etnici, esistono – ma la matrice è la stessa – violenze sociali che paralizzano il traffico in grandi città e alterano il normale sviluppo della vita economica.

Garantire la sicurezza e l’ordine, tutelare la proprietà privata, sono doveri primari dello Stato. È ovvio che va fatto con senso di misura, rispettando diritti basici che sono del resto iscritti nelle varie Costituzioni. Ma va fatto, o non vi è più società possibile, ma un caos ove prevale la legge del più forte.

Stabilire un equilibrio è dunque necessario e, fino ad ora, in Italia il governo Meloni ha dimostrato di rispettarlo. Altrimenti si va verso regimi ben altrimenti duri, ben altrimenti autoritari.

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