Happy Days fa quasi 50

Quasi mezzo secolo e non dimostrarlo. Quarantanove anni fa esattamente, il 15 gennaio 1974, andava in onda sulla rete americana ABC, la prima puntata di Happy Days, la serie che ha accompagnato l’infanzia e l’adolescenza di almeno due generazioni di pubblico televisivo.

Tutti noi abbiamo seguito le vicende della famiglia di Howard Cunningham e della moglie Marion e dei loro figli Richie e Joanie. Insieme a loro i sempre presenti amici Ralph Malph e Potsie Weber, molti comprimari e la stella che ha fatto morire d’invidia tutti i ragazzi per il suo modo di fare: Fonzie, un James Dean dal cuore tenero che, nato come attore di spalla nel cast, prende pian paino il ruolo di coprotagonista insieme a Richie.

Happy Days probabilmente è stato un tentativo in un’America che cambiava, di riportare in auge i tempi di una generazione felice e di anni in cui i valori della famiglia patriarcale erano ancora molto forti e che la contestazione degli anni Sessanta e la guerra del Vietnam, che sarebbe finita un anno dopo, avevano fatto quasi dimenticare.

L’America dei primi anni Settanta era figlia di Woodstock e della contestazione che muoveva dalle università della California; era quella dei figli dei fiori che viaggiavano in piccoli van o sulle moto di easy Rider, film simbolo dell’epoca. Simboli diversi rispetto all’epoca in cui il divertimento era andare con la ragazza al Drive in o a bere un milk-shake per accompagnare un hamburger: erano entrati nel quotidiano l’LSD, i sogni psichedelici, la voglia di una nuova libertà da parte dei giovani. Un quadro molto distante dalle facce pulite dei ragazzi che la sera si recavano da Arnold’s.

Chissà se dietro Happy Days vi fosse il tentativo di recuperare un’immagine dell’America che aveva come colonna sonora il Rock around the clock di Bill Haley (già prima colonna sonora della serie) e di Elvis Presley mentre adesso si ascoltavano ancora i sound di Jimy Hendrix e le canzoni impegnate di Bob Dylan e Joan Baez.

Happy Days è durato dieci anni e i Italia è giunto sugli schermi di Rai Uno nel 1977. Negli Stati Uniti si stava per insediare Jimmy Carter alla presidenza e in Italia era da poco esploso lo scandalo Lockeed. Insieme al giubbotto in pelle di Fonzie ha portato un’immagine che i giovani spettatori di allora non conoscevano oppure era un ricordo di un passato ancora vicino e, forse, davvero felice, quando si era usciti dalle macerie della guerra e si iniziava a sentire gli effetti del Boom economico degli anni Sessanta.

Da Happy Days sono nati alcuni spin-off, primo tra tutti Mork e Mindy che lanciò l’indimenticabile Robin Williams. Ma anche Laverne e Shirley che si svolgeva sempre a Milwaukee. È nata la definizione di sindrome di Chuck Cunningham per indicare la scomparsa da una serie di un protagonista senza alcun motivo o menzione e anche la sindrome di Fonzie, quella opposta, vale a dire la vicenda di un personaggio minore che diventa la star del programma.

Perché piaceva Happy Days? Forse perché è stato il primo telefilm dove i protagonisti erano anche amici del pubblico o, probabilmente perché era l’unico dell’epoca. Restiamo nel dubbio e ricordiamo che, oggi, i protagonisti principali sono tutti tra i settanta e gli ottanta anni a dimostrazione del tempo che vola. Tom Bosley, papà Cunningham è morto così come, purtroppo, Erin Moran, la allora bambina Sottiletta, o Shortcake per il pubblico statunitense. Ron Howard è un grande regista e Henry Winkler apprezzato attore anche teatrael. Ralpèh e Potsie rinverdiscono vecchie glorie in programmi revival.

Ma rivedere una di quelle puntate dovrebbe far riflettere su una piccola curiosità: la versione doppiata in italiano non aveva le risate preregistrate in sottofondo che caratterizzano la quasi totalità dei prodotti americani da TV. La RAI aveva deciso di non insultare il proprio pubblico spiegandogli quando doveva ridere. Forse anche per questo Happy days ha avuto successo.

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