Il giorno in cui cambiò la pubblicità

Uno dei paradossi con cui conviviamo oggi? Paghiamo con i nostri dati per ricevere pubblicità personalizzata e facciamo tutto il possibile per evitarla mentre in un passato non troppo remoto uno dei momenti più belli della giornata era quando tutta la famiglia si trovava davanti alla TV proprio per vedere la pubblicità. Per i più piccoli era addirittura un premio poter vedere la pubblicità. Sembra una favola e, come tutte le favole più belle, finì dopo oltre settemila puntate e con interruzioni solo in occasioni molto particolari come la diretta dello sbarco sulla luna. Il primo gennaio 1977 l’Italia salutò per sempre un vecchio amico: l’anno, iniziò con l’ultima puntata di Carosello.

Dal 3 febbraio 1957 ogni sera, dopo il telegiornale, le famiglie si fermavano a guardare quei circa venti minuti nei quali si susseguivano alcuni sketch teatrali, brani musicali, brevi film cartoni o pupazzi animati in cui si narrava una storia e, al termine, veniva inserita una breve presentazione del prodotto sponsor. Era una pubblicità educata, non invadente, che entrava nelle case timidamente e con rispetto altrui: in punta di piedi.

Era l’unico spazio pubblicitario concesso dalla RAI e, ovviamente, era una gara tra le aziende non solo per averlo, ma anche per offrire agli spettatori un’immagine di qualità della loro azienda e dei prodotti che venivano offerti e trovavano un’identificazione in uno slogan o nella faccia del personaggio dello spettacolo che fungeva da testimonial.

Totò, Gino Cervi e Fernandel, Alberto Sordi, Walter Chiari, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, Raffaella Carrà, solo per citare alcuni, sono stati tra i protagonisti di questa parte importante di storia non solo di costume ma anche dell’Italia stessa.

“A letto dopo Carosello”, la frase che i bambini si sentivano dire dai genitori se erano stati bravi. Per punirli era l’opposto: “A letto senza Carosello!”. E i più piccoli avrebbero corso il rischio di non vedere Gatto Silvestro inseguire il canarino Titti o i Flintstones con Fred che gridava “Wilma! Dammi la clava!” Una delle frasi rese celebri dal programma insieme a modi di dire entrati nel linguaggio comune.

Tra i registi che hanno diretto le scenette che entravano nelle case degli italiani troviamo Pupi Avati, Federico Fellini, Ugo Gregoretti, Sergio Leone, Luigi Magni, Ermanno Olmi e Pier Paolo Pasolini. Tra gli stranieri, l’americano Richard Lester che diresse due film dei Beatles.

Era la felicità: dopo le brutture del telegiornale, potersi rilassare con quei dieci minuti di garbati intermezzi al termine dei quali era gradevole ascoltare la presentazione di un prodotto.

Poi arrivarono le TV commerciali e verosimilmente le aziende chiedevano maggiori spazi alla TV nazionale. L’Italia degli anni di piombo usciva dall’austerity e iniziavano a nascere, quasi clandestinamente, radio e TV libere che, per poter sopravvivere, avevano bisogno della pubblicità e aumentarono spazi e offerta. Cambiò la pubblicità; ma era ciò che il pubblico voleva? Da quel giorno ogni film, documentario, show, iniziò ad essere interrotto per i famigerati “consigli per gli acquisti”.

Per chi l’ha conosciuto, oggi è l’anniversario della scomparsa di un vecchio amico, ma possiamo andare a ritrovarlo in quell’enorme cimitero degli elefanti che è YouTube che contiene, oltre ad ogni possibile novità, anche qualche ricordo importante del passato.

Chissà chi, dopo aver letto queste parole, deciderà di cercare per rivedere le storie del Caballero e Carmencita; Joe Condor e Trinchetto o il frate Cimabue. Ma anche Erminio Macario che interpreta il signor Veneranda o Gino Cervi e Fernandel, Ernesto Calindri, che ci ricorda dei tempi dei garibaldini e tanti altri ancora.

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