L’incontro di Bali

L’incontro di più di tre ore tra i Presidenti americano e cinese al G20 in Indonesia è senza dubbio uno dei maggiori eventi diplomatici di questi mesi. Nel triangolo formato da USA, Cina e Russia, primario interesse americano – e, quindi, occidentale – è non trovarsi isolati davanti a una pericolosa alleanza Mosca-Pechino, quale era stata temuta all’inizio dell’aggressione all’Ucraina.

Ai tempi dell’URSS, questo lo aveva capito quel maestro della diplomazia che è Henry Kissinger e con lui quel realista che era Nixon. Biden partiva appesantito da una campagna elettorale nella quale aveva tuonato contro Pechino, per le violazioni di diritti umani e per le minacce a Taiwan; e la sconsiderata visita all’isola di Nancy Pelosi aveva ancora di più aggravato la tensione. Ora a Washington, con un Biden rafforzato dai risultati delle elezioni di mezzo termine, che gli hanno consentito il controllo democratico del Senato – organo chiave per la politica estera – ha capito che il momento per abbassare la tensione e cercare qualche forma di cooperazione con Xi Jinping era venuto.

Dall’altra parte Xi ha tutto l’interesse a non rompere con l’Occidente, principale partner commerciale e cliente della Cina, e a non ritrovarsi al rimorchio dello spericolato Putin e della sua politica aggressiva ed espansionista. Il fatto è semplice: per continuare a crescere ed evitare una recessione, la Cina ha vitale bisogno degli USA e dell’Europa. E ha bisogno di un mondo almeno relativamente in pace per continuare a produrre e vendere.

La manifestazione di questo bisogno sta in due dichiarazioni secondo me molto importanti: l’attacco all’uso delle armi nucleari (tante volte minacciato dal Cremlino) e l’ammissione, del tutto inedita, che Pechino non era stata preavvisata dell’attacco all’Ucraina. Vero o falso, questo rappresenta un significativo smarcamento politico da Mosca.

Poi ci sono le aree in cui le due superpotenze dichiarano di voler cooperare, come il clima e le epidemie. Restano ovviamente alcuni nodi: non tanto quello dei diritti umani, che alla fin fine è un affare interno cinese, quanto Taiwan. Su questo c’è una evidente contraddizione. Gli Stati Uniti da una parte dichiarano che la politica di “una sola Cina” può avere una logica, dall’altra parte affermano che difenderebbero Taiwan se aggredita. La linea rossa è molto delicata e alla fine dipende dall’autocontrollo di Pechino.

In conclusione, un riavvicinamento USA-Cina c’è stato, ed è benvenuto, ma non c’è da aspettarsi che tutti i problemi siano stati risolti e che Pechino uscirà dalla neutralità benevola che ha mantenuta da febbraio verso Mosca. Il resto dipenderà dalla dinamica delle relazioni tra le due superpotenze e al loro senso del limite.

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