La Politica da Twitter

Twitter è nato nel 2006 ed è forse la piattaforma social che ha maggiormente ha contribuito al cambiamento del comportamento e della comunicazione nell’epoca della rivoluzione digitale.

Twitter è l’estensione naturale del vecchio SMS, il modo di comunicare che ha affiancato le telefonate fino ai moderni sistemi di messaggistica ed ha rappresentato lo sdoganamento della storpiatura nello scrivere e reso purtroppo normale l’uso della “X” al posto del “per” o del “K” al posto del “ch”  dando origine a obbrobri grammaticali che perdurano. Twitter è lo strumento che ha obbligato a ridurre all’osso il testo del messaggio, adesso concentrato in 280 caratteri che prima erano solo 140. Blogger, politici, pubblicitari e spettatori dovevano rispettare quello spazio e, come effetto, la comunicazione si è ridotta all’osso, specialmente per chi deve riceverla. Io scrivo poco perché tu hai imparato a leggere poco è la sintesi del contesto.

Ecco quindi una comunicazione di frasi semplici, secche, che non devono far insorgere dubbi nel destinatario. Da Twitter questo metodo si è poi trasferito sugli altri social, ma è su questa piattaforma tanto cara ai politici, si veda il caso Trump, che si hanno le conseguenze più evidenti.

Via libera quindi a “Forza Milan” o “Juveladri” (non me ne vogliano i tifosi; sono solo esempi) o dire che non voleremo mai più Alitalia perché “Always Late In Takeoff, Always Late in Arrival”. Va anche bene per dire quanto devono cuocere gli spaghetti o che siamo single ed è un sistema ideale per la pubblicità: slogan immediati e comprensibili alle menti più semplici. Oggi tutti noi possiamo “twittare” per dire la nostra, usando questo nuovo verbo che, come “googolare” non avrà mai una traduzione italiana perché cinguettare è prerogativa di alcuni uccellini.

Tuttavia, il problema comunicativo sorge quando il messaggio avrebbe bisogno, per il contenuto o i destinatari, di essere sviluppato e dettagliato. Twitter diventa la scusa perfetta per evitare di farlo “giustificandosi” con il limite dei caratteri da utilizzare.

È proprio il caso dei messaggi politici che in questi giorni ci tempestano e che vengono da molti commentati, cliccati, ritwittati e ovviamente distorti senza spesso poterne comprendere il senso.

Slogan ad effetto come “Prima gli italiani” oppure “Non consegneremo il paese a questa destra”; “Dio, patria e famiglia” o ancora “Noi la vera alternativa” (a che cosa non è dato saperlo) o “Noi mai con loro”. Candidati che si insultano rinfacciandosi vecchi voti contrari a tutto e al nulla e veti incrociati di anni prima, dimenticando cambi di casacca e di alleanze e così via o che inviano messaggi subliminali del tipo “chi vuole comprende”.

Ovviamente, in questo contesto, quasi impossibile trovare on line un programma elettorale completo, dettagliato, chiaro in tutti i punti, magari con una proposta di legge integrale e l’indicazione di una copertura finanziaria. Anche i programmi dei partiti sono sotto forma di slide, locandine, riassunti. Facili da scrivere e semplici da far comprendere ad un utente che non si vuole impegnare oltre i tre secondi iniziali di un video.

Viceversa, una campagna elettorale non dovrebbe essere a base di slogan e proclami, bensì di proposte concrete, con progetti di legge, realizzabili e con copertura finanziaria, tali da non creare situazioni come quella del reddito di cittadinanza che, promesso in campagna elettorale senza una verifica concreta di fattibilità, è stato elargito a decine di cittadini italiani e stranieri che non avevano i presupposti per richiederlo.

Sono purtroppo lontani i tempi in cui i politici si confrontavano, senza insulti, esponendo idee e programmi, a Tribuna Elettorale, con giornalisti in veste di moderatori e corretti provocatori; oggi abbiamo imbonitori di programmi spazzatura che si circondano di giullari striscianti per un pubblico che accetta di farsi insultare online con messaggi da 140 o al massimo 280 caratteri.

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