Rifkin’s Festival (Film, 2020)

Quarantanovesimo film di Woody Allen, fotografato in maniera stupenda con toni autunnali e crepuscolari dal grande Vittorio Storaro, girato a San Sebastián, durante il Festival del cinema e presentato in anteprima proprio in tale sede, per poi essere distribuito in tutto il mondo, partendo dalla Spagna. Purtroppo il Covid ha rallentato la diffusione di un’opera interessante, intrisa di cinefilia e di riferimenti ai rapporti umani, soprattutto tra uomo e donna, che sta circolando in Italia nei circuiti d’essai.

In breve la trama. Woody Allen, tanto per cambiare, racconta la storia di una coppia: Sue (Gershon), ufficio stampa del bel regista Philippe (Garrel) al Festival del Cinema di San Sebastián e il marito Mort (Shawn), professore di cinema in pensione, ipocondriaco e insicuro, che tenta di scrivere un romanzo e pensa alla sua vita irrisolta. Nella suggestiva località marina spagnola, la coppia finirà per separarsi definitivamente, con Sue innamorata del regista e Mort che prende una cotta quasi adolescenziale per la bella dottoressa Jo (Anaya). La cosa più riuscita del film sono le parti oniriche, fotografate in bianco e nero, dove Woody Allen cita il cinema che ama, girando sequenze con lo stile dei registi omaggiati. Bergman fa la parte del leone con brevi sequenze tratte da Persona, Il posto delle fragole e Il settimo sigillo (ironica la partita a scacchi con la morte), ma non dimentica Buñuel con L’angelo sterminatore e la borghesia rinchiusa in una stanza, Fellini (8 e mezzo, con la citazione musicale di Nino Rota), per finire con momenti di Jules & Jim (Truffaut), Quarto potere (Welles), Fino all’ultimo respiro (Godard).

Film capolavoro solo per la cinefilia di cui è intriso, un vero e proprio divertissement che insegna cinema e fa venire voglia di rivedere capolavori assoluti, che il genio di Woody Allen reinterpreta con dialoghi e situazioni surreali. Interpreti molto bravi, su tutti Wallace Shawn, alter ego di Allen, perché nei panni di Mort sfoggia molte delle sue manie e dei suoi gusti cinematografici, doppiato in maniera egregia dal grande Giorgio Lopez, al suo ultimo lavoro (scomparso nel 2021). Bene anche le due interpreti femminili, sia la Gershon nel ruolo della moglie innamorata di un uomo più giovane, che la sensuale Anaya nei panni di una cardiologa, moglie infelice di un pittore, che riesce a far vivere un momento d’amore platonico al disilluso Mort.

Un film che aggiunge un tassello ulteriore alla già importante cinematografia di Woody Allen e che spinge anche il critico più riluttante a concedere cinque stelle. Piccolo capolavoro imperdibile.

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Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Woody Allen. Fotografia: Vittorio Storaro. Montaggio: Alisa Lepselter. Effetti Speciali: Mariano García, Jon Serrano. Musiche: Stephan Wrembel. Produttori: Letty Aronson, Erika Aronson, Jaume Roures. Produttori Esecutivi: Mario Gianani, Lorenzo Mieli, Lorenzo Gangarossa, Javier Méndez, Adam B. Stern. Scenografia: Alain Bainée. Costumi: Sonia Grande. Case di Produzione: Gravier Productions, The Mediapro Studio, Wildside. Distribuzione Italia: Vision Distribution, Wildside. Genere: Commedia. Interpreti: Gina Gershon (Sue), Wallace Shawn (Mort Rifkin), Louis Garrel (Philippe), Cristoph Waltz (la Morte), Elena Anaya (Jo Rojas), Steve Guttenberg (Jake), Richard Kind (padre di Mort), Damian Chapa (ospite del Festival), Georgina Amorós (Delores), Sergi López (Paco), Nathalie Poza (madre di Mort), Manu Fullola, Enrique Arce (Tomas Lopez), Douglas McGrath (Gil Brener), Tammy Blanchard (Doris), Bobby Slayton (Ogden), Ken Appledorn (festaiolo). Paese di Produzione: Usa, Spagna, Italia. Lingua Originale: inglese, spagnolo. Durata: 92’. Genere: Commedia, Sentimentale.

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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