La definitiva fine del Comunismo?

Il cinque maggio viene dai più ricordato per la poesia del Manzoni che ricorda la morte di Napoleone ed è quindi più difficile abbinarlo alla nascita di Karl Marx.  A duecentotre anni dal compleanno del filosofo economista che ispirò il comunismo e a cento anni esatti da quelle del Partito Comunista Italiano, viene da chiedersi se, oggi, quell’idea abbia ancora un senso o se è giunto il momento di mettere definitivamente fine ad un pensiero che mai è diventato realtà se non laddove imposto e mantenuto con la forza. Ciò anche per cercare di convogliare gli sforzi di chi lo sostiene verso un percorso realizzabile e non inseguire solo utopie anacronistiche.

Marx sosteneva che il capitalismo si sarebbe dissolto perché minato dalla lotta tra borghesia e proletariato, vittima predestinata delle sue contraddizioni; Gramsci nel 1920 scriveva che “il comunismo è il prossimo domani della storia degli uomini, e in esso il mondo troverà la sua unificazione, non autoritaria, di monopolio, ma spontanea, per adesione organica delle nazioni. Altro che ottimismo.

Tutto ciò non si è avverato, ma abbiamo assistito, già prima del crollo del Muro di Berlino, del comunismo come sistema. Un sistema che per mantenersi è dovuto ricorrere a soluzioni come quelle di Budapest nel 1956 e Praga nel 1968, il modo in cui è stato applicato nella ormai dissolta Unione Sovietica e, fin da Piazza Tienanmen nel 1989, in Cina oggi con la sistematica repressione del dissenso come ricorda costantemente, tra gli altri, Amnesty International.

Ma è fin troppo facile usare questi esempi macroscopici per dimostrare il fallimento di un’idea e di un sistema; questa è storia. Per capire se il comunismo oggi possa avere una seconda si deve cercare di capire se nel contesto attuale, sociale prima di tutto economico, possano trovare applicazione le idee alla base dello “spettro che si aggira per l’Europa”.

Si potrebbe prendere le mosse da alcune spiegazioni date per giustificare la nascita del capitalismo quali, ad esempio, quelle che ne vedono le radici nella riforma protestante che, capovolgendo il pensiero cattolico che condannava l’arte di far denaro, vedeva nella ricchezza un segno di predilezione divina per l’uomo operoso. Ma non c’è bisogno di toccare aspetti ai limiti dell’intimismo per ripercorrere la storia del capitalismo; questo muove dalle grandi scoperte geografiche e dallo sviluppo della nuova borghesia non di cappa, bensì attiva nel commercio e, poi, nell’industria. Sul punto ricordiamo il tracollo economico della Spagna, la maggior potenza all’inizio del rinascimento dove predominava una ricchezza statica, magari accumulata con la razzia dell’oro del Sudamerica. Diverso quanto avvenne in Inghilterra dove esplose la rivoluzione industriale. Attenzione: nessuna giustificazione per aver depredato terre e popoli, usato la schiavitù e sfruttato donne e minori nelle fabbriche: sono dati di fatto che indicano come il capitalismo si sia mosso grazie all’intraprendenza, allo sviluppo tecnologico, alla liberà di impresa e all’iniziativa dell’uomo. Possiamo dire che il capitalismo è nato e si è sviluppato dove esistevano diritti? Oppure oggi è politicamente scorretto?

Oggi, la libertà di impresa è un diritto acquisito e la possibilità di esercitarlo si è allargata al punto che chiunque può intraprendere la propria attività via internet o lanciare sul mercato la sua idea. Non hanno iniziato così Gates, Jobs e Zuckerberg?  Internet è lo strumento alla portata di tutti che offre questa possibilità ed ecco che si avviano startup, commerci online o più semplicemente una pasticceria in casa che vende i propri dolci sui social perché una disoccupata ha preso lezioni online.

Cosa potrebbe cambiare in questo sistema in cui tutto si muove alla velocità del pensiero e delle connessioni? Un sistema in cui il lavoro di oggi sarà sostituito dalle idee di domani? Probabilmente un concetto che, specialmente in Italia, era alla base del sistema economico e di quello di vivere: il posto fisso, caposaldo dell’ideologia comunista: quale terreno più fertile di fabbriche e uffici per diffondere il Verbo di Marx? È difficile pensare oggi che esista una classe proletaria disposta ascendere in piazza con il fucile o con forconi e aratri: più facile assistere a manifestazioni di intellettuali e studenti che vogliono sensibilizzare i governanti e sono pronti a dimostrare il loro impegno riprendendosi con i propri smartphone e pubblicare sui social le loro immagini, mentre parlano di concetti che hanno fallito in passato e che appaiono ancora più difficili da realizzare. I nuovi proprietari, le masse migratorie, coloro che affrontano piuttosto la morte che rimanere nelle loro realtà, non è sostenibile che cerchino di ricreare il comunismo come qualcuno vuole insistere a sostenere: non vanno verso la Corea del nord o la Cina, ma si dirigono in Stati in cui sanno poter avere diritti a cominciare da quello di impresa e garantiscono diritti, non ultimo la proprietà.

È oggi immaginabile attuare quel sistema economico che ha il suo caposaldo nell’abolizione della proprietà privata?  Lo disse Prouhon che la proprietà è un furto. Questa frase, vero e proprio mantra dei partiti comunisti continuava aveva un seguito di cui tutti si sono “opportunamente dimenticati” che lo stesso autore enunciò dicendo che “la proprietà è garanzia di libertà.”

La pronuncia del settembre 2019 con cui il Parlamento Europeo ha posto l’accento sui crimini del comunismo ha provocato polemiche nella sinistra spaccata in cui una sua ala nostalgica sembra non voler prendere atto di errori del passato e di impossibilità di portare le loro idee nel futuro in cui, oltretutto, i concetti di capitale e proprietà sono stati sostituiti, come dimostrato da Jeremy Rifkin, con quello di accesso ai beni produttivi. Oggi, i beni che contano sono informazioni e dati personali: un qualcosa di cui Marx e Gramsci non potevano tenere conto e che rendono ancor più impossibile il porre in essere di idee mai realizzate anche se ancora vagheggiate. Probabilmente l’avvento di Internet è stato l’ultimo colpo che ha portato il comunismo al suo “mortal respiro” se non piantato l’ultimo chiodo sulla sua bara.

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