L’illusione della democrazia in Rete

Le dinamiche di come si sta sviluppando internet e il modo in cui vengono recepiti i messaggi online, creano forti dubbi se la rete possa davvero essere uno strumento di democrazia e di condivisione del sapere ovvero possa diventare un grave ostacolo e un limite in tal senso se non, addirittura, un pericolo per la vera democrazia.

Il concetto di e-democracy risale agli anni 90, agli albori di internet che venne individuato come il mezzo per creare condizioni sociali, economiche e culturali che possano consentire la pratica libera ed equa dell’autodeterminazione politica. Definito anche strumento di consapevolezza diffusa è il veicolo usato ormai da chiunque per manifestare un’idea o il proprio pensiero e portarlo a conoscenza di tutti nel vero e proprio senso del termine considerato il numero di persone connesse ogni giorno in rete.

Sicuramente come strumento di aggregazione la rete ha dato risultati impressionanti: il primo esempio può essere considerato il movimento Occupy sorto dai social nel 2007 – 2008 in reazione alla crisi che stava esplodendo; le primavere arabe allo stesso modo si sono sviluppate ed estese anche grazie alla rete. In Italia abbiamo davanti agli occhi l’esperienza del Movimento 5 Stelle nato dal blog di un comico.

L’idea di una democrazia elettronica e partecipativa è stato ritenuto possa la più forte forma di democrazia anche reale, poiché si è supposto che il popolo possa essere coinvolto direttamente nella funzione legislativa, come espressione massima della sovranità popolare riconosciuta dalla nostra Costituzione. Ma l’osservazione dell’evolversi dei fatti e le criticità emerse, pongono fondati dubbi sull’effettiva capacità della e-democray di funzionare. Nel grande e nel piccolo.

Tornano alla mente in tal senso osservazioni che risalgono al 1968 e ai tentativi dei movimenti dell’epoca di affermarsi come alternative ai partiti esistenti e cercare di creare una forma nuova di società partecipative e rappresentativa che andasse incontro alle istanze dei giovani, dei lavoratori, dei proletari: un movimento che parte dalla base e rivoluzionario così come lo presentava la cultura di massa dominante.

Ciò invece che si verificò fu un graduale accentramento del controllo, e quindi di fatto nella presa del potere dei gruppi, di alcuni soggetti più scaltri, abili, astuti e capaci, che controllavano le assemblee e i vari gruppi. I roghi di libri all’interno degli atenei e l’informazione demandata solo allo strumento del ciclostile ebbero l’effetto di privare la massa degli strumenti più importanti per formare quella coscienza politica che ci si immaginava esistesse e di cui ancora oggi si conserva una eco del tutto immeritata. Grandi numeri seguivano i pochi che decidevano cosa e che come fare al punto che il filosofo tedesco Jurgen Habermas giunse a temere una forma di “fascismo di sinistra” dopo aver preso atto di come le voci dissenzienti venissero messe a tacere anche in maniera violenta.

Lo stesso rischio si corre oggi in cui lo strumento della violenza e della repressione del silenzio è quello di espellere da un gruppo social chi non si adegua pedissequamente al volere del suo fondatore o a quello della maggioranza. Più facile espellere che discutere.

Inoltre, lo sappiamo bene, la circostanza che chiunque possa scrivere ciò che vuole in rete ha permesso il dilagare di gruppi creati su fake news, informazioni strumentali, idee razziste e così via. È poi sufficiente un rapido giro in internet per scoprire quanti gruppi di leali patrioti, veri liberali, unici democratici, veri portatori di scienza e così via spuntino come funghi in autunno e raggiungano numeri rilevanti di seguaci.

In tutto ciò si pone la domanda che la maggior parte dei follower di qualsiasi pagina, idea e movimento sembrano non porsi, in quanto preferiscono seguire un istinto o un sentimento, confondendolo con un’idea o un pensiero, che non farsi domande. E la prima sarebbe chiedersi chi c’è davvero alla base di quanto sta seguendo in quel momento; chi realmente gestisce un sito o una piattaforma e se i numeri dichiararti sono reali.

I ban nei confronti di Trump da parte dei social, inoltre, dovrebbero far riflettere su come pochi gruppi, magari economici, potrebbero influenzare la vita politica mondiale, ad esempio, censurando una serie di idee scelte sulla base dei loro interessi. In futuro una forma di democrazia diretta online potrebbe essere ipotizzabile. Al momento è più un’idea potenzialmente molto pericolosa.

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