Outlook Borsa e investimenti 2021

Di fronte a corsi borsistici in piena ripresa e che non solo si sono ripresi dalla caduta pandemica, ma stanno marciando a forte ritmo, si sono alzate polemiche e speranze di ripresa considerando la borsa come immagine del mondo economico. Ma ci si dimentica delle particolari caratteristiche della recessione 2020, indotta dalla crisi sanitaria, la recessione è stata molto profonda, ma breve (nel terzo trimestre 2020 si è avuto un rimbalzo a V in quasi tutte le economie, in Cina la ripresa c’era già dal trimestre precedente). In questo caso le probabilità di danno permanente alla attività complessiva e di perdita di capacità produttiva sono più basse che in una recessione più lunga. Un’analisi più approfondita dimostra come le aziende quotate siano quelle che hanno meno patito, se non addirittura incrementato, la propria attività stante la tipologia specifica del proprio mercato. Ad esempio, si è visto come si sia incrementato tutto il settore, e quindi l’andamento, dei titoli tech, che si è riflesso nella ottima performance degli indici Usa, sui massimi storici. Altrettanto si può dire per tutto ciò che è legato ad aree come la farmaceutica in Francia e Spagna, largo consumo ed elettrodomestici in Spagna. Tale settore ha sperimentato un recupero intenso a partire dall’estate in tutti i Paesi, beneficiando della riqualificazione dell’ambiente abitativo legata ai confinamenti e alle nuove esigenze del vivere la casa, che stanno sostenendo anche i mobili, in decisa ripresa in Italia e Francia. Sia in Italia che in Spagna, il settore più colpito dalla crisi è il Sistema Moda, condizionato dal crollo del turismo e dalla maggiore cautela nelle decisioni di spesa delle famiglie.

La crisi ha morso e colpito tutta la parte dell’economia che non è quotata, andando a infliggere un durissimo colpo ai servizi e quindi all’occupazione femminile. Dai dati Istat sul mercato del lavoro si vede come su 101.000 posti persi nello scorso mese, 99.000 siano a carico della componente femminile, che occupa in larga parte il settore dei servizi e con le scuole chiuse ha dovuto sobbarcarsi spesso anche la cura e la custodia dei figli. Il turismo e la ristorazione, che pesano per un 13% e 160mld circa nel nostro pil, sono dimenticati e vituperati a dir poco, in totale assenza di orizzonti e programmazione, mentre Spagna e Grecia vantano già 300 voli charter prenotati per l’estate verso le loro destinazioni, l’Italia non ha ancora nessuna data programmabile e non è possibile spostarsi nemmeno di pochi chilometri. USA e UK, grandi esportatori di turismo verso di noi, si trovano in fascia E benché siano vicini alla totale immunità di gregge e con numeri vicini allo 0, ma i loro cittadini se vengono in Italia devono sottoporsi a quarantena, ci precludiamo quindi, senza motivi se non una cecità politica, l’afflusso di una clientela danarosa e disposta a spendere. Per fortuna, è intervenuto con decisione il premier Mario Draghi imponendo al CTS di fornire protocolli meno stringenti alla riapertura delle attività, in modo da rendere economicamente sostenibile il tornare a tirare su le serrande. Sono finalmente previste date ‘certe’ per tornare all’attività di mercato da parte degli operatori, dopo gli infiniti stop-and-go all’ultimo momento della disastrosa precedente gestione emergenziale.

Le aspettative di una crescita dei mercati conseguente alla campagna vaccinale e ai finanziamenti porta gli investitori a scommettere sull’aumento dei tassi di interesse con conseguente riposizionamento dei portafogli. Già la dimensione dello stimolo fiscale americano ha portato a un repentino aumento dei tassi di interesse a lunga, facendo cadere i rendimenti dei bond emessi, evidenziando le differenze di rendimento tra i titoli standard a tasso fisso e quelli indicizzati al tasso di inflazione (TIPS, Treasury Inflation Protected Securities). Le TIPS hanno un rendimento inferiore in quanto si avvalgono di una maggiore protezione, se ne deduce che la differenza tra il tasso di una obbligazione ordinaria e una TIPS riflette l’inflazione che ci si aspetta, e nell’ultimo mese si è visto come il trend sia in aumento.

A dicembre 2019 l’Italia ha avuto un Pil negativo, parliamo quindi di era pre-covid, nello stesso momento era l’unico paese a non avere ancora recuperato i livelli pre-crisi 2008-2009 (Lehman Brothers per intendersi). Nel periodo precedente, su un quadro d’insieme così deficitario e con una forchetta in continuo allargamento tra la crescita italiana e quella europea, si sono infilati provvedimenti targati Lega e M5s semplicemente nefasti dal punto di vista finanziario, Quota100 e Reddito di cittadinanza hanno aggravato il debito pubblico senza farsi ripagare, come nelle intenzioni degli estensori, da ricadute positive sul pil e tantomeno sul mercato del lavoro. Il PNRR preparato da Giuseppe Conte si è rivelato fin da subito qualcosa di più simile a un manuale Cencelli ministeriale che un serio piano economico di ricostruzione. Contro le oltre 500 pagine della Francia con tutti i dettagli rispetto i progetti ideati e decine di pagine dedicate nello specifico all’occupazione giovanile, si componeva di poco più di una ventina di paginette. Non solo si limitava a raccogliere i progetti dei ministeri, tirati fuori da polverosi cassetti, ma non teneva conto di un fatto fondamentale previsto dal NextGenerationEU, entro il 2026 le opere non devono essere iniziate, ma terminate e funzionanti, particolare non da poco considerando che i finanziamenti europei verranno erogati a stati di avanzamento controllati dalla UE.

Altro particolare da tenere sempre a mente, è che i famosi 209 miliardi destinati all’Italia non sono aggiuntivi rispetto le spese già previste, ma inclusivi. Ovvero, tolte le spese previste e già programmate per il periodo 2021-2026, l’incremento rispetto la crescita del pil sarà di 120 miliardi di fondi europei, tra quelli a fondo perduto per 81 miliardi e circa 40 miliardi di prestiti, ma solo a partire dal 2024. Valutando ottimisticamente una capacità di spesa pari al 70% per i motivi sopra descritti, tutto questo non aggiungerà più di un solo punto percentuale al pil italiano. Il risultato sarà di non avere recuperato ancora i livelli pre Lehman, ma con un debito pubblico al 165% e risultati nettamente peggiori rispetto i nostri competitors Francia e Germania. Tutto questo, ovviamente, in assenza di riforme strutturali importanti, che oggi non sono nemmeno lontanamente visibili e ipotizzabili con uno scenario politico volto solo alla gestione (pessima) della crisi sanitaria.

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