Il processo a Trump

Il cammino dell’impeachment contro Trump si è iniziato al Senato, con lo scambio di “comparse” tra i legali dell’ex-Presidente e il gruppo di 9 deputati democratici che agiscono come accusatori.

In verità, le tesi dei difensori non appaiono molto convincenti: quasi tutte sono fondate sulla pretesa incostituzionalità di un impeachment a un ex-Presidente. Il contro argomento dei democratici è solido: non solo la Costituzione non esclude il giudizio a Presidenti che hanno lasciato la Casa Bianca ma, se la tesi fosse ammessa, nessun Presidente in futuro potrebbe essere chiamato a rispondere delle azioni compiute negli ultimi giorni o settimane del suo mandato. Il Senato ha dato loro ragione, ammettendo la costituzionalità, con 56 voti contro 44, il che significa che anche 6 senatori repubblicani hanno respinto la tesi della difesa. È una vittoria preliminare per l’accusa, necessaria ma non sufficiente. Ora il dibattito si centrerà sulle responsabilità di Trump per l’attacco al Congresso, che ovviamente la difesa nega. Al Senato sono stati mostrati  dai democratici i video con gli eventi del 6 gennaio e del discorso precedente di Trump. La difesa sostiene che Trump non ha provocato o suggerito la violenza, rifacendosi per le sue affermazioni alla libertà di espressione sancita nella Costituzione.

Molto onestamente, è una tesi molto difficile da digerire e, sul piano della dialettica, i democratici hanno sicuramente il vantaggio. Un argomento che sarà certamente usato dai leader repubblicani, più che sulla tesi dell’innocenza, sarà il richiamo al carattere divisivo del processo, atto a mantenere le profonde divisioni nella società. Però, non è un argomento sufficiente perché, se lo si accettasse, in futuro non sarebbe mai possibile; la giustizia sarebbe subordinata alla convenienza politica e come sarebbe possibile applicarla in futuro a casi del genere?

Alla fine, però, il voto sarà in gran parte su linee di partito. I sei senatori repubblicani che hanno votato per la costituzionalità forse potrebbero votare per condannare Trump, ma non bastano: per una condanna occorrono i due terzi, cioè 67 voti, e i 44 repubblicani che hanno accolto la tesi dell’incostituzionalità difficilmente passeranno dalla parte opposta nel giudizio di merito. In definitiva, qualsiasi cosa pensino molti repubblicani nel loro foro interiore, il loro voto sarà dettato dal calcolo politico personale, e in molti casi dalla paura (giacché gli esponenti repubblicani che hanno preso le distanze dal boss sono stati fatti oggetto di censure e minacce).

Le possibilità di una condanna sono dunque quasi inesistenti e verrebbe fatto di dirsi che l’impeachment  è un esercizio in futilità. Ovviamente i democratici lo sanno, ma quello a cui puntano è il processo in sé stesso, un processo pubblico di fronte al Paese, con argomenti e prove contro Trump schiaccianti. E puntano a mostrare alla gente che il Partito Repubblicano resta in maggioranza arroccato all’estrema destra, tradisce la sua vecchia anima di partito della legge e dell’ordine e difende gli agitatori e i rissosi e il loro criminale istigatore. E in questa lunga battaglia per “l’anima dell’America”, partono in vantaggio.

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