Mio fratello è figlio unico (Film, 2007)

Un film importante che mi ero perso in sala, recuperato quattordici anni dopo grazie alla sempre più benemerita Cine 34. Daniele Luchetti (Roma, 1960), regista colto e preparato, di scuola morettiana, negli ultimi tempi pare aver smarrito la vena creativa del passato filmando opere non memorabili come Io sono tempesta e Lacci.

Mio fratello è figlio unico, invece, ci ricorda lavori riusciti come La scuola e Il portaborse, partendo da una ricostruzione storica accurata degli anni Sessanta e Settanta per raccontare la vita di una famiglia di Latina, in particolar modo di due fratelli molto diversi tra loro. Il riferimento letterario è Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi, anche se lo scrittore si è dissociato dal film – pur citato nei titoli di coda come consulente storico – definendolo un travisamento del libro, un’altra storia. Succede spesso, comunque, vista la diversità di media, ed è anche logico che sia così, persino doveroso, per dare spazio a diverse anime culturali (regista e scrittore), libere di interpretare un periodo storico e una situazione contingente.

Il film parte dalla scuola in seminario, che Accio (Propizio, poi Germano) rifiuta, preferendo masturbarsi sulle foto di Marisa Allasio piuttosto che pregare e seguire le lezioni. Accio torna a casa, cominciano i contrasti con la famiglia, soprattutto con il fratello Manrico (Scamarcio), per le opposte simpatie politiche. Accio si avvicina al Movimento Sociale Italiano – molto forte a Latina – manifesta simpatie fasciste, mentre Manrico è un comunista extraparlamentare che parla di rivoluzione del proletariato. La parte politica si alterna alla vita sentimentale dei due fratelli e della sorella Violetta (Rohrwacher), con Maurizio innamorato di Francesca (Fleri) e Accio che se la fa con Bella (Bonaiuto) mentre il marito Mario (Zingaretti) – camerata  di partito – è in galera. L’amore che lega i due fratelli, in perenne conflitto e rivalità amorosa, porta scontri e discussioni, ma il legame profondo che li unisce si scoprirà poco a poco e diventerà palese nel tragico finale. Luchetti racconta gli scontri tra fascisti e comunisti, l’Italia divisa degli anni Sessanta, la nascita del terrorismo, i movimenti di piazza, le rivolte studentesche e la presa di coscienza popolare di fronte alle ingiustizie.

Attori molto ben calati nelle rispettive interpretazioni, in particolare Germano e Scamarcio – protagonisti onnipresenti – senza dimenticare il contributo di Finocchiato e Popolizio nei panni dei genitori, di un buon Zingaretti fascisteggiante e delle diligenti Rohrwacher e Fleri. La perfetta scenografia anni Sessanta-Settanta è un valore aggiunto, non solo auto d’epoca e mobili in sintonia, ma perfino la bottiglia del Rosso Antico da offrire agli ospiti. Molti premi meritati. Da rivedere.

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Regia: Daniele Luchetti. Soggetto: Antonio Pennacchi (Il fasciocomunista), Sceneggiatura: Stefano Rulli, Daniele Luchetti, Sandro Petraglia. Fotografia: Claudio Collepiccolo. Montaggio: Mirco Garrone. Musiche: Franco Piersanti. Scenografia: Francesco Frigeri. Casa di Produzione: Cattleya. Durata: 100’. Genere: Commedia. Interpreti: Elio Germano (Accio), Riccardo Scamarcio (Manrico), Luca Zingaretti (Mario), Angela Finocchiaro (Amelia), Anna Bonaiuto (Bella), Claudio Botosso (professor Montagna), Ninni Bruschetta (segretario Bombacci), Ascanio Celestini (padre Cavalli), Diane Fleri (Francesca), Massimo Popolizio (Ettore); Vittorio Emanuele Propizio (Accio a tredici anni), Alba Rohrwacher (Violetta), Pasquale Sammarco (padre Tosi).

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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