Le due Cina

Negli ultimi tempi, il problema di Taiwan e dei suoi rapporti con la Cina è tornato bruscamente e pericolosamente in evidenza. Non si tratta di un problema nuovo: quando i comunisti, con la “Lunga marcia” di Mao-Tse Tung, presero il potere in Cina, Xhang-Kai Shek, il leader nazionalista che aveva invano cercato di opporvisi, si rifugiò con parte del suo esercito nella grande isola di Taiwan, non distante dal continente ma fuori portata, allora, di una Cina indebolita dal maoismo e dall’arretratezza. Isolata nel mondo e militarmente inefficiente. Ma Pechino non ha mai rinunciato a rivendicare la sovranità sull’isola e a considerarla parte della Cina. Sul piano diplomatico, è riuscita sin dall’inizio a ottenere che Taiwan non fosse riconosciuta nel mondo o dall’ONU come soggetto indipendente (ben pochi Paesi, se pure esistono, hanno rapporti formali con l’isola) ma Taiwan è rimasta di fatto autonoma, con un proprio governo, esercito e un’economia prospera. Però, nel frattempo, la Cina sottosviluppata del tempo di Mao è enormemente cambiata, raggiungendo uno status di seconda potenza economica mondiale e di superpotenza militare. La rivendicazione su Taiwan, mai accantonata, è stata in ogni occasione e con sempre maggior forza riaffermata, con saltuari momenti di minacciosa tensione anche militare.

Ora, Pechino ha bruscamente alzato i toni con un dispiego di forze navali e aeree che minaccia direttamente di strangolare l’isola. Taiwan non è priva di difese: il suo esercito è forte, il suo armamento avanzato, ma pochi pensano che uno showdown militare non sia a vantaggio del gigante cinese, anche senza l’uso di armi nucleari (possibile comunque, almeno come minaccia).

Cosa è cambiato che possa avere spinto ad accelerare i tempi e fare la voce grossa? Difficile leggere nella mentalità cinese, ma una delle concause può essere ricercata nella attuale paralisi di fatto degli Stati Uniti, finora garanti dell’indipendenza di Taiwan e oggi sempre più invischiati nella guerriglia interna e con un Presidente sempre più chiaramente imprevedibile e inaffidabile.

Qualche paragone può farsi con  la situazione di Hong  Kong, ma solo superficialmente. La sovranità cinese sulla penisola è indiscutibile, giacché nasce da un Trattato degli anni 80 con la Gran Bretagna, antiva potenza coloniale.

Quello che lì è in gioco è lo statuto di parziale autonomia di cui godono gli abitanti di Hong Kong, grazie al trattato sopracitato. La Cina, come è noto, ha iniziato a porlo di fatto in questione o almeno a limitarlo molto. Gli abitanti della penisola, specie i giovani, cercano di resistere, ma a mani quasi nude. Hong Kong non ha forze militari proprie, quello che gli abitanti possono fare è solo manifestare nelle piazze, e lo fanno, esponendo la propria libertà e la stessa vita, ma temo che, in mancanza di una seria ed efficace reazione internazionale (molto improbabile) non ce la faranno.

Da un punto di vista geostrategico, tuttavia, Hong Kong pesa poco nella bilancia di forze in Asia. Taiwan ha ben più grande, e forse decisiva, importanza. Mostrandosi sempre più assertiva e minacciosa, la Cina sta giocando una grande partita per la supremazia in quella parte del mondo, e non sarà Donald Trump, con le sue guerriglie commerciali e i suoi twitter, a fermarla.

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