Lorenzo Bernardi, pallavolista del secolo

E’ allenatore di pallavolo ed ex pallavolista italiano, di ruolo schiacciatore. Nel 2001 è stato eletto dalla FIVB (Federazione Internazionale di Pallavolo) “Miglior giocatore di pallavolo del XX secolo” assieme allo statunitense Karch Kiraly, ed è per questo considerato il pallavolista più forte di tutti i tempi oltreché un simbolo della cosiddetta generazione di fenomeni. Ex giocatore Panini e della Nazionale, la sua storia ed il suo successo sono indissolubilmente legati a Julio Velasco che, prima ancora che la carriera di questo giovane ragazzo sbocciasse, intravide in lui, anticipando tutti, un campione fuori dello spazio e del tempo. Parliamo di Lorenzo Bernardi (Trento, 1968) che abbiamo intervistato in occasione del TEDxBologna – Outsider dove ha partecipato ad un talk sviluppato intorno all’idea di valore delle “scelte incoerenti”.

Nel suo speak ha parlato di come, nato palleggiatore, Julio Velasco si impegnò a trasformarla in schiacciatore malgrado le sue perplessità. Da outsider a pallavolista del secolo, se fosse andata male questa sfida aveva un piano B pronto?

No, non avevo nessun piano B nel cassetto. Penso che le sfide vadano affrontate con la massima apertura e volontà, soprattutto con la massima attenzione a quello che si va a fare. Se io avessi iniziato a pensare “Se non faccio ho un piano B”, sicuramente non ce l’avrei fatta.

Molto interessante questo pensiero, vinta la sfida di diventare schiacciatore, termina la carriera agonistica e diventa allenatore, un’altra sfida anche questa?

Più che una sfida in questo caso direi un’evoluzione, un passaggio, una modifica, sicuramente un cambiamento, ma qualcosa in cui avevo già una grande esperienza alle spalle. Quindi si è trattato semplicemente di modificare quanto avevo già realizzato precedentemente, la mia sfida è stata quella di riuscire a entrare nella testa dei giocatori per aiutarli. Fino a quel momento io non l’avevo mai fatto, perché ero l’attore principale, quindi la mia sfida era di mettere loro nelle migliori condizioni di esprimersi. La vera sfida fu certamente quella con Velasco, anche perché ero molto giovane, e mi ero già proiettato in avanti vedendomi in campo come palleggiatore. Nell’immediato rimasi sorpreso quando mi disse, “Quello che hai fatto finora non serve più a niente, perché se vai avanti per questa strada non arrivi ai traguardi che ti prefiggi”. Quindi fu diverso, più complicato, dopo 41 anni sei un poco più razionale di quando hai 17 anni e affronti tutto impulsivamente andando a testa bassa contro gli ostacoli.

Le è mai capitato da allenatore di trovarti nella stessa condizione, stavolta a parti inverse, di convincere un giocatore a cambiare?

Sì, perché penso poi sia un modo per motivare le persone, certi giocatori, a dare sempre il meglio di sé stessi. In questo caso mi è servita la mia esperienza e mi sono trovato a utilizzarla anche da allenatore.

Nello sport circola spesso il detto che il migliore allenatore non sia chi era un fuoriclasse da giocatore, in quanto avrebbe maggiori possibilità di capire le difficoltà di un atleta normale. Ritiene sia un pensiero fondato?

No, non penso ci siano regole che stabiliscono chi è un buon allenatore e chi non lo è. Sono due ruoli differenti, allenare o giocare, servono quindi determinate caratteristiche diverse. Se sei stato un fuoriclasse devi essere molto bravo, con grande umiltà e volontà, a rimetterti in gioco in un ruolo dove devi dimostrare tutto, mentre quello che hai fatto prima fa parte della storia. Detto questo ritengo che un fuoriclasse possa essere o non essere un bravo allenatore, ma che non dipende da quanto era bravo da giocatore.

Se non avesse fatto il pallavolista?
Questa è una domanda da un milione di dollari, in verità non ci ho mai pensato. Da quando ho iniziato questo percorso ho sempre e solo pensato a giocarmi tutte le carte possibili per riuscire nella pallavolo.

Velasco, oltre che un grande allenatore, ha avuto molta considerazione anche in ambiti sociologici, venendo chiamato a tenere lezioni e convegni come speaker. Di lui si sono dette tante cose, c’è qualcosa che ancora si può aggiungere?

Non penso, di lui è stato detto veramente tutto. E’ una persona che è riuscita a modificare e influenzare in maniera positiva, in base alla sua concretezza e credibilità, un movimento in cui io mi adoperavo. Lo definirei un mentore visionario.

 [NdR – Si ringrazia l’Ufficio Stampa del TEDxBologna per la gentile disponibilità e collaborazione]

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