Le donne che vorrei

Si discute in questi giorni sull’App Immuni; non solo sull’utilità e sul fatto di essere super tracciati o altro (anche se il mio supermercato sa più cose di me grazie alla carta fedeltà di quante ne sappia mio marito) ma anche per le icone che sono state scelte: un uomo in cravatta che lavora, una donna con in braccio un neonato.

Molti hanno pensato fosse come sempre svantaggioso per la donna e addirittura la Ministra Pari Opportunità ha detto che si correggerà la grafica, mentre a me non lo sembra proprio, anzi. Siamo noi genere donna che diamo la vita, perché non sottolinearlo? Io lo trovo motivo di orgoglio non ci vedo nulla di sessista. A mio avviso in questi ultimi tempi si è sviluppato una specie di accanimento contro parole, termini, epiteti da sempre utilizzati per definire l’appartenenza a un sesso piuttosto che ad un altro. Insomma, a me non importa niente se volete farvi chiamare Ministro o Ministra, Ingegnere o ingegnera, vado in una specie di blocco mentale se leggo Capa invece di Capo. A capa e pesc, a capa e cavolo mi viene subito in mente. Mi sta bene la Capo Dipartimento ma non la Capa Dipartimento, l’italiano è già troppo strapazzato.

Molti la pensano così perdendo tempo su queste robine mentre le cose davvero importanti vengono lasciate indietro. Per esempio il movimento Dateci voce cosa ha prodotto? Una pezza a colori del Governo che a me è parsa una presa in giro e basta. Allora cosa fare per rimediare a questa mancanza plateale di considerazione delle belle teste femminili? Molte cose e tutte importanti.

Intanto, penso sia importante guardarsi indietro. Quello che siamo adesso noi donne lo dobbiamo ad altre donne e questo dovremmo sempre tenerlo a mente. Facciamo un viaggio nel passato magari andiamo a vedere la donna del 1865. Pizzi e trinoline, diritti zero. La donna era una specie di bell’accessorio, doveva provvedere in toto al marito e ai figli e non aveva, ripeto non aveva nessun diritto giuridico. Non poteva avere un conto in banca, se guadagnava lo stipendio lo ritirava il marito, era dipendente da lui e prima di lui dal padre in tutto.

In più non ci si poteva divertire in senso biblico poiché l’Articolo 486 del Codice Penale prevedeva una pena detentiva da tre mesi a due anni per la donna adultera. Invece l’uomo notoriamente cacciatore la passava liscia. Poteva esser perseguito solo in caso di concubinaggio. Comunque, se volete davvero “divertirvi” andate a leggere i Padri della Patria, i pensatori che fecero l’Italia, quelli che hanno targhe nelle vie più importanti delle città. Scriveva Gioberti: “La donna, insomma, è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostentata da sé”. Ecco la prossima volta che passate in Via Gioberti rivolgetegli un pensierino. Ma lui era come tanti, non faceva altro che seguire il pensiero comune.

Pochi, anzi pochissimi gli illuminati. Ci provarono quando era in costruzione il Regno d’Italia a portare avanti leggi che concedessero uguali diritti alle donne, ma fallirono. Mazzini allora scrisse: “L’emancipazione della donna sancirebbe una grande verità base a tutte le altre, l’unità del genere umano, e assocerebbe nella ricerca del vero e del progresso comune una somma di facoltà e di forze, isterilite da quella inferiorità che dimezza l’anima. Ma sperare di ottenerla alla Camera come è costituita, e sotto l’istituzione che regge l’Italia [la monarchia] è, a un dipresso, come se i primi cristiani avessero sperato di ottenere dal paganesimo l’inaugurazione del monoteismo e l’abolizione della schiavitù”.

Questo era. Quello che siamo ora lo dobbiamo a tante donne spesso dimenticate che hanno lottato per noi per farci arrivare alle libertà dei nostri tempi. La strada è ancora lunga ma non lunghissima. Adesso è il momento di far emergere i talenti, le idee concrete, non di perdersi dietro a quattro stupidaggini. Bisogna lavorare con intelligenza e merito; noi non vogliamo quello che ci spetta per appartenenza di genere, lo vogliamo perché possiamo fare meglio e perché quelle di noi davvero in gamba potrebbero fare la differenza.

E ricordiamole sempre le nostre antenate. Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori, Ernestina Prola che nel 1907 fu la prima donna a ottenere la patente di guida. E molte altre. E quindi portiamo avanti i nostri talenti, la meravigliosa visione del femminile. Possiamo farcela, dobbiamo farcela.

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