Camera di Consiglio

BOSS MAFIOSI SCARCERATI A CAUSA DEL COVID O NO? – Il solo aver sentito la notizia, ha fatto indignare i più: la scarcerazione di boss mafiosi detenuti in regime di 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”, è stata recepita con grande indignazione e ben cavalcata da qualcuno.

Ma è stata davvero una scelta dell’esecutivo? Sono veramente usciti tutti i boss che qualcuno sostiene siano di nuovo liberi?  Il “Cura Italia”, tra i molti temi, ha previsto la possibilità di modificare la misura detentiva nei cosiddetti domiciliari anche per alleggerire la pressione sulle carceri; questa misura in particolare toccava coloro che devono scontare un residuo fino a 18 mesi grazie ad una procedura semplificata.  E’ stata quindi solo applicata una norma che, anche se a qualcuno può non piacere, fa parte di un pacchetto emergenziale.

Il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, nel mese di marzo, invitava i direttori delle carceri a comunicare i detenuti che potevano beneficiare di questo provvedimento, tra cui, ad esempio, gli affetti da particolari malattie dell’apparato respiratorio e chi superava i 70 anni di età, suggerendone la scarcerazione, a causa dell’emergenza sanitaria che, in un carcere può creare maggiori rischi. Scandalo? Vediamo i casi.

Per il boss palermitano Francesco Bonura, uomo di fiducia di Provenzano, che stava espiando una pena di oltre anni 18, il difensore ha ottenuto la detenzione domiciliare sulla base di norme già esistenti, che prevedono il differimento facoltativo dell’esecuzione a determinate condizioni, fra le quali il comprovato grave stato di salute. Bonura è un soggetto con problemi cardiorespiratori, un cancro al colon, sottoposto a chemioterapia e con marker tumorali in impennata; inoltre la pena sarebbe terminata a marzo 2021 o, probabilmente, prima, per il principio della liberazione anticipata (15 giorni ogni sei mesi scontati), che vale per tutti i detenuti. Salute a parte lo “sconto pena”, sarebbe forse addirittura di poche settimane. A proposito: Bonura ha 78 anni. E sappiamo tutti che il Covid può essere fatale nelle persone anziane gravemente debilitate.

Ecco i motivi per il passaggio agli arresti domiciliari adottato dal Tribunale di Sorveglianza: non gli è stata concessa la grazia o la libertà, ma i pochi mesi restanti prima della scarcerazione saranno trascorsi in casa, ravvisando anche che alla luce del suo stato di salute debbano escludersi il pericolo di reiterazione dei reati e di fuga. Premesso che quello alla salute è un diritto inviolabile, ricordiamo che l’Italia è già stata sanzionata a livello europeo per violazioni in tal senso.

Caso diverso, ma analogo, e che a qualcuno ha posto dubbi su una possibile disparità di trattamento, è quello di Vittorio Cecchi Gori, che deve scontare una condanna ad 8 anni, 5 mesi e 26 giorni per reati finanziari, tra cui una bancarotta fraudolenta. Cecchi Gori era ricoverato al Policlinico Gemelli e, inizialmente, una volta terminata la degenza, avrebbe dovuto essere trasferito presso il Carcere di Rebibbia.

Invece, dopo l’accoglimento dell’istanza proposta dai suoi difensori, sconterà la pena agli arresti domiciliari: ovviamente, parte della motivazione consiste nella pandemia in corso, rientrando l’imprenditore tra i soggetti più a rischio nelle carceri, anche per l’età (78 anni). Inoltre, secondo il Tribunale di sorveglianza, lo stesso si troverebbe in una condizione fisica tale da necessitare interventi terapeutici non eseguibili efficacemente tempestivamente in ambito carcerario. In questo caso lo “sconto” di pena non era neppure iniziato, e ha destato meno clamore, se non quello da gossip.

Tuttavia, al di là di ogni speculazione politica, è stato tutelato un diritto che è riconosciuto all’uomo in quanto tale, senza differenze riguardanti lo status di condannato o di incensurato. Ed è questa la questione che sfugge ai più.

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