Le riforme che non servono

Tra i tanti devastanti effetti del Coronavirus, forse almeno una cosa buona potrebbe essere venuta fuori; prendiamo per il momento il rinvio del referendum previsto il 29 marzo come un’occasione per riflettere sull’opportunità del taglio dei parlamentari. Una prima considerazione. Il numero di deputati e senatori venne fissato nel 1948 e gli italiani che si erano recati alle urne poco più di un anno prima per il referendum tra Monarchia e Repubblica erano stati poco meno di venticinque milioni, quasi il 90% degli aventi diritto. Su una popolazione di circa quaranta milioni, i nostri padri costituenti stabilirono quello che, all’epoca, era considerato un numero adeguato di rappresentanti nei due rami del parlamento. Oggi siamo aumentati di circa venti milioni di aventi diritto al voto, e questo numero non è certo in controtendenza. Si pone già quindi un problema di rappresentatività ed un numero decisamente maggiore di cittadini sarà rappresentato da un numero inferiore di deputati e senatori. Il potere decisionale sarà quindi concentrato in meno mani. Un dato di fatto che dovrebbe far riflettere.

E la riflessione dovrebbe poi essere spostata sulla circostanza che i più forse ignorano, vale a dire che molte leggi vengono adottate dalle commissioni parlamentari, il numero dei cui membri andrebbe a diminuire allo stesso modo. Vogliamo davvero correre il rischio che una legge possa essere approvata per la decisione di ben quattro (sì, quattro!) deputati? E’ uno scenario possibile. Nello sciagurato caso di taglio dei parlamentari sarebbe opportuno prevedere anche queste conseguenze di non poco rilievo. E prescindiamo dal chiedersi in quanti hanno considerato che, con un Senato eletto su base regionale, come prevede la Costituzione, e ridotto nel numero dei suoi componenti, i senatori sarebbero attribuiti non solo alle liste che superano non solo la soglia di sbarramento, ma a quelle più votate, con il rischio che partiti con percentuali anche abbastanza alte (es. 10%) non vedano i propri rappresentanti a Palazzo Madama. Un pericolo per una democrazia rappresentativa.

Sempre sullo stesso punto non dimentichiamo che il voto di fiducia al governo, viene approvato dalla maggioranza relativa dei presenti. Cosa potrebbe accadere se, in ipotesi, questa fondamentale decisione per le sorti della nazione venisse votato un giorno in cui si registrassero assenze, eun partito si astenesse? Diciamo che il futuro dell’Italia potrebbe essere approvato da un numero di persone inferiore ai soci di una bocciofila. Non è un bel quadro, specialmente se ricordassimo che anche le leggi costituzionali e di revisione costituzionale sono soggette ad una procedura che permetterebbe, ancora una volta, a poche persone di stravolgere la carta costituzionale. Chi è chiamato al voto, non dovrebbe pensare su chi sono gli attuali, e forse prossimi, inquilini dei palazzi del potere; ma se, ad esempio, tra due legislature la maggioranza relativa fosse di partiti di estrema destra o estrema sinistra cosa potrebbe accadere? Chi ha scritto la Costituzione, fresco memore di un periodo non proprio felice, sembra che si fosse prefigurato anche un simile contesto. E ricordiamoci che i membri dell’assemblea costituente non erano analfabeto come alcuni degli attuali rappresentanti che abbiamo.

Non solo: considerato che sembrerebbe non essere diminuito il numero dei parlamentari eletti all’estero, saranno molti di meno quelli eletti da chi vive sul territorio nazionale e ciò porterebbe ad un maggior peso dei senatori a vita, che rimangono cinque ma il cui numero, secondo un’interpretazione estensiva della norma, potrebbe aumentare. Possiamo correre il rischio che una maggioranza di governo sia ostaggio di, ad esempio, Monti o Napolitano e, in futuro di una persona degnissima e da stimare come Mattarella? E’ ovviamente solo un esempio, ma una circostanza su cui soffermarsi.

Vogliamo andare avanti? L’Italia sarebbe il paese europeo con il minor numero di rappresentanti e, non ultima riflessione, giusto per scivolare nel più banale dei luoghi comuni, la riduzione del numero dei parlamentari era uno dei punti essenziali del programma rinascita di Licio Gelli che, comunque, chiedeva un taglio meno drastico di quello oggi proposto. Proposto oltretutto da un partito che, se prima aveva una presenza sul territorio nazionale, oggi sembra ridotto ad uno sparuto gruppetto con sempre meno seguaci: ergo probabilmente il primo partito a scomparire dalle camere.

Mettere in pericolo la democrazia per quel risparmio ipotizzato che, anche se può sembrare una cifra alta perché ben pochi di noi potranno guadagnare da ottanta a cento milioni di euro, rispetto al bilancio dello Stato e ai rischi che corriamo, è pura follia.

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