Virus e politica

Un’emergenza della portata del Coronavirus ha spinto sullo sfondo tanti aspetti quotidiani che occupavano la nostra attenzione e che oggi sembrano secondari: uno di questi è il conflitto politico permanente. In Italia, ma anche in altri paesi, pare esserci una certa consapevolezza che non è il momento di attaccare e indebolire un governo che sta adottando le misure necessarie contro l’emergenza, né di ritenerle esagerate ed eccessive. Tutti capiscono che il Governo ha dovuto adottare misure dolorose e pesanti, ma era suo dovere farlo.

Solo negli Stati Uniti la polemica si è accesa in modo virulento. I democratici accusano Trump di aver affrontato la crisi con irresponsabile disinvoltura, dapprima negando i fatti, poi minimizzandoli e infine cercando responsabili esterni (o parti della propria Amministrazione, mai sé stesso) senza mai farsi carico della manifesta impreparazione in cui si sono trovate le strutture sanitarie USA. La gente lo percepisce, sente la sua tendenza alla menzogna permanente, alle promesse vuote (“in aprile sarà tutto passato”); questo, in un anno elettorale, può rivelarsi molto dannoso per il Presidente, specie se Joe Biden riuscisse a conquistare la  nomination democratica e a rappresentare un contendente di peso.

Anche la normale freddezza europea verso di noi pare dar luogo a una spinta alla solidarietà (vedi la dichiarazione di Ursula von der Leyen) che almeno dovrebbe servire a dare una maggiore flessibilità nei parametri del deficit. Come accadde nel 2008, pur tuttavia assai meno grave che questo 2020.

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