Non è mai troppo tardi

Era il 15 novembre 1960 e sul canale nazionale andava in onda nel preserale, prima del Telegiornale, la prima puntata di un programma dal titolo “Non è mai troppo tardi”, condotto dal maestro Alberto Manzi. L’Italia avrebbe compiuto solo l’anno successivo il secolo di un’unificazione che era solo geografica. La seconda guerra mondiale e il dopoguerra che in quell’anno era ancora latente e di cui ancora oggi sorgono dubbi sulla sua fine, aveva acuito ancora di più le differenze tra le aree geografiche e in alcune categorie della popolazione. Si era ancora lontani anche solo dall’immaginare i movimento che caratterizzarono la fine di un decennio di pesanti cambiamenti sociali. In Italia si combattevano ancora pesanti problemi nonostante il miracolo economico che, iniziato con il piano Marshall nel 1951, mostrava i suoi primi effetti e nelle case si iniziavano a vedere frigoriferi e apparecchi televisivi comprati a rate insieme alle utilitarie.

Proprio i programmi televisivi che, finalmente, potevano essere guardati la sera comodamente in casa, dalla famiglia riunita, contribuirono a cercare di eliminare una delle piaghe peggiori che affliggeva l’Italia: l’analfabetismo, e il maestro Manzi a buona ragione deve essere considerato un eroe della nostra nazione a pieno titolo. Cosa direbbe oggi vedendo l’analfabetismo funzionale da cui siamo afflitti?

Al momento dell’’unificazione, in Italia si calcola che il 75% della popolazione fosse analfabeta, con punte che andavano dal 90% di Calabria e Sardegna al 57% del Piemonte. Percentuali spaventose, rispetto al 10 % della Svezia e del 20 di Scozia e Prussia, e non ci si doveva far consolare dal 90% della Russia. Ad onore del vero anche i sistemi di individuazione di chi potesse essere definito analfabeta cambiarono con gli anni, e se mentre prima era considerato tale chi non sapesse scrivere neppure il proprio nome, si passò ad una più appropriata individuazione in chi non sapesse leggere e scrivere, con ovvi conseguente calo dei numeri che, peraltro, a fronte dell’obbligo scolastico, erano sempre alti e, nel 1951 in alcune regioni si superava ancora il 25%.

Il servizio televisivo nazionale, quando la dirigenza RAI e la politica si preoccupavano di presentare al pubblico programmi che avessero anche un valore didattico ed educativo, ideo il programma “Non è mai troppo tardi” che per otto anni ed oltre 400 puntate era il preserale degli italiani e il conduttore, appunto Alberto Manzi, maestro elementare, ne fu il conduttore. A proposito, oltre ad avere scritto alcuni testi scolastici, Manzi è l’autore del romanzo Orzowei, forse più noto nella sua versione televisiva.

Difficile immaginare un pubblico televisivo attento a lezioni che coprivano tutti i cicli della scuola elementare, in cui un pacato e rassicurante maestro aveva la presunzione di voler insegnare agli adulti a leggere e scrivere. Niente a che vedere con i programmi di oggi, specialmente i preserali attuali.

Invece il pubblico di Manzi si dimostrò attento e diligente ed il programma contribuì a combattere non solo la piaga dell’analfabetismo e, sembra, circa un milione e mezzo di italiani grazie a questo insegnamento a distanza riuscì a conseguire la licenza elementare. Un traguardo ambito per generazioni che uscivano da anni non certo facili: molti ventenni del 1960 si erano visti negare l’istruzione dalla guerra, e i più fortunati tra i ventenni del 1965 avevano frequentato le scuole tra le macerie in un contesto sociale e politico non proprio tranquillo. Ma tutti ascoltavano diligentemente, avidi di un sapere che era stato loro negato: quello più elementare di poter leggere e scrivere.

L’analfabetismo può generare mostri proprio come il sonno della ragione, per usare le parole di Goya che nel 1797 lo tradusse in una sua tavola, e forse ne è alla base. Non è del resto dall’ignoranza che nascono mostri come la criminalità? Ci si perdoni l’abbondanza di citazioni, ma non possiamo dimenticare che Leonardo Bufalino sosteneva che la mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari. Lo stesso concetto espresso dal premio Nobel Malaila Yousafzai quando sosteneva che con le armi si uccidono i terroristi ma con l’istruzione si uccide il terrorismo. Anche Nelson Mandela riteneva che l’istruzione fosse l’arma più potente per cambiare il mondo. Possiamo dire che in Italia, a suo tempo, ci abbiamo provato, ma oggi sembra che ci si sia arresi e l’analfabetismo sia prepotentemente tornato alla ribalta, producendo i suoi devastanti effetti. Ovviamente si parla di analfabetismo funzionale, quella piaga che ci vede ai primi posti in Europa e non solo.

Se prima quello di non saper leggere e scrivere era un destino scritto per molti, oggi purtroppo l’analfabetismo funzionale è diventato una scelta, e gli analfabeti funzionali lo sono volontariamente. Non si può infatti definire diversamente chi decide di non usare quel minus di capacità di lettura, scrittura, calcolo nella vita quotidiana. E ci riferiamo a soggetti che hanno tutti una licenza elementare e, quasi tutti, la terza media, ma hanno scelto di non usare queste loro capacità.

Quanti maestri Manzi servirebbero oggi? Ma quale improbo compito sarebbero chiamati ad affrontare? Oggi in cui il sapere è a portata di mano, la situazione sembra più drammatica che nel 1960.

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