L’Argentina torna al peronismo

Le elezioni presidenziali di domenica scorsa hanno visto la vittoria in Argentina del candidato peronista, Alberto Fernandez, che si è imposto con otto punti di distacco al Presidente uscente, Mauricio Macri. Era un risultato scontato, da quando le primarie di agosto avevano indicato un vantaggio anche più ampio. Questo vantaggio è venuto via via riducendosi, grazie a una vigorosa campagna di Macri, che gli ha permesso di recuperare milioni di voti, ma non è stata sufficiente. Il Presidente ha vinto largamente nella città di Buenos Aires e nelle importanti province di Cordoba, Mendoza e Santa Fe. Decisiva è stata però la sconfitta nella difficile e turbolenta provincia di Buenos Aires, che rappresenta quasi un terzo dell’elettorato.

Quello che avverrà dopo il 10 dicembre, giorno del passaggio dei poteri, non è la semplice alternanza tra forze politiche comparabili. Per quattro anni, Macri ha rappresentato una politica neo-liberale, di apertura al mondo, di rispetto dei valori istituzionali e repubblicani, del federalismo, di correttezza nella gestione delle risorse pubbliche, e di adeguamento delle infrastrutture. Lo ha tradito il fallimento della politica economica i cui indicatori (recessione, disoccupazione, indebitamento, inflazione) sono tutti in rosso (basti pensare che in quattro anni il Peso si è svalutato del 300%). In queste condizioni, è quasi un miracolo che Macri sia riuscito a conservare quasi il 41% dei voti.

Non è chiaro quale sarà la politica del nuovo Governo. Esso infatti è la risultante di una coalizione non del tutto omogenea. Il nucleo duro è rappresentato dai seguaci dell’ex-Presidente Cristina Kirchner che può disporre di almeno un terzo dell’elettorato, ma provoca forte ripulsa nel resto. Per questo, con notevole intelligenza politica, nello scorso maggio ha rinunciato a essere candidata alla Presidenza, designando al suo posto Alberto Fernandez e “accontentandosi” del ruolo di Vicepresidente. È stata una mossa di grande abilità politica, perché ha spiazzato Macri, la cui strategia era tutta in funzione “anti-Kirchner” e ricompattato tutto il peronismo, compreso quello che aveva preso apertamente le distanze dalla Kirchner.  La futura politica del Paese sarà dunque determinata, oltre che dalla difficile situazione economica e finanziaria, dall’equilibrio che si potrà mantenere tra il “populismo” kirchneriano e la maggiore ortodossia del peronismo tradizionale e moderato.

Un altro fatto importante è rappresentato dal fatto che la parte vincente non ha la maggioranza nel Congresso, dove il partito di Macri ha ottenuto risultati positivi, e non sarà dunque in grado di imporre facilmente colpi di mano istituzionali. Specie tenendo in conto che solo il 48% del Paese ha votato Fernandez e il resto ha dimostrato buona capacità di mobilitazione.

Insomma, il futuro è tutto da scrivere e da italiano e amico di questo grande e generoso Paese posso solo augurare al nuovo Presidente il migliore successo e sperare che il nostro Paese dia, per quanto può, una mano.

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