Xi Jinping e la crisi di Hong Kong

La sospensione del progetto di legge di Hong Kong sull’estradizione è il primo grande fallimento per il Presidente cinese Xi Jinping. Questa crisi mostra i limiti del Presidente che viene spesso presentato, a torto, come onnipotente.

Si reca in Corea del Nord, festeggia il suo compleanno in Tagikistan con il Presidente russo Vladimir Putin e incontra il suo omologo americano Donald Trump al G20 di Osaka. Il Presidente cinese Xi Jinping è diplomaticamente onnipresente, ma totalmente assente dalle scene della crisi di Hong Kong. La sospensione, avvenuta lo scorso 16 Giugno, del controverso progetto di legge sull’estradizione verso la Cina rappresenta però il primo grande fallimento politico del grande capo di Pechino dal suo arrivo al potere nel 2012. Il suo lungo silenzio su questa questione appare ancora più strano visto che Xi Jinping è conosciuto per la sua fermezza e per la sua poca inclinazione a piegarsi una volta presa una decisione.

Questa crisi mostra i limiti del potere di Xi Jinping, Il Presidente cinese ha un margine d’azione abbastanza stretto a Hong Kong. Non può prendere direttamente il controllo  del territorio, cosa che avrebbe un costo politico non indifferente. Per Jean Pierre Cebestan, esperto di Cina e professore alla Hong Kong Baptist University e autore del saggio “Domani la Cina, democrazia o dittatura”, la sola opzione che avevava il Presidente “era una presa di distanza tattica” dagli eventi, per dare l’impressione di essere estraneo alla crisi. Il regime cinese sta, di fatto, tessendo una rete di sicurezza intorno al leader “lasciando Carrie Lam (capo dell’esecutivo di Hong Kong, ndr), in prima linea”, afferma il politologo.

La crisi di Hong Kong poteva difficilmente arrivare in un momento peggiore di questo per Xi JInping. Quest’anno si celebra il trentesimo anniversario di Tienanmen, il ventennale della persecuzione del culto di Falun Gong (disciplina spirituale cinese) e in Ottobre, Pechino inizierà i festeggiamenti per i 70 anni della nascita della Repubblica popolare cinese. Xi Jinping vuole veramente evitare i problemi per preservare l’apparenza di umore festaiolo in tutto il Paese. Ora, manifestazioni che vedono la partecipazione di milioni di abitanti di Hong Kong sfidare l’autorità di Carrie Lam, la protetta di Pechino, non danno l’impressione di un Presidente cinese che naviga in acque calme. Almeno questo è quello che viene percepito all’estero.

La principale conseguenza per Xi Jinping, nata dal fallimento dell’adozione della legge sull’estradizione, è la scalfittura “del ritratto di leader onnipotente che si era imposto all’estero”, afferma ai microfoni di France24 Mareike Ohlberg dal Mercator Institute for Chinese Studies (Merics). Gli americani sono infatti saltati sull’occasione e cercano di sfruttare questa debolezza. Mike Pompeo, ha espresso “il suo sostegno ai valori democratici e alla protezione delle libertà fondamentali che sono garantite dalle leggi di Hong Kong”. Cosi come lo ha fatto la Gran Bretagna. Dopo i disordini che hanno portato alla chiusura del Parlamento per due settimane, la Cina però accusa già gli Stati Uniti, e non solo, di interferenze. La stoccata ha colpito il Presidente cinese?

E’ però più difficile capire se questa crisi abbia intaccato l’autorità che avvolge Xi Jinping all’interno delle frontiere cinesi. Innanzitutto perché la censura cinese tiene l’opinione pubblica all’oscuro delle realtà di Hong Kong. In secondo luogo, perché è difficile sapere se esiste ancora un’opposizione interna capace di sfruttare l’attuale crisi per contestare il Presidente cinese. “La sua decisione di cambiare la Costituzione (nel Marzo del 2018 – Ndr), per estendere il suo mandato e portare avanti la guerra commerciale con gli Stati Uniti hanno suscitato molte critiche, ma non sappiamo se i membri del Partito possano servirsene per mettere in discussione la sua autorità”, spiega Jean Pierre Cabestan. Infatti  Xi Jinping, grazie alla sua campagna di lotta alla corruzione, dispone di uno strumento molto efficace per colpire gli oppositori politici. Inoltre,  perché la propaganda cinese ha rapidamente riscritto lo scenario della crisi di Hong Kong affermando che “forze straniere” operavano sul posto. E’ facile dedurre che non è il momento opportuno per gli oppositori far sentire la loro voce, perché sarebbero immediatamente accusati di sentimento anticinese.

Il vero test per Xi Jinping si terrà probabilmente a Taiwan, al momento delle elezioni di Gennaio 2020. Dalle elezioni amministrative del 2018 avvenute in un territorio che il Presidente cinese vorrebbe tanto integrare formalmente alla Cina, “i candidati più favorevoli ad un avvicinamento con Pechino sembrano aver guadagnato terreno, ma la crisi di Hong Kong potrebbe cambiare le dinamiche”, afferma la Ohlberg. Per la ricercatrice, la contestazione di Hong Kong dipinge a tinte cupe la formula “un Paese, due regimi”, in vigore a Hong Kong e che era, per i partigiani di un avvicinamento con la Cina, uno dei modelli possibili per Taiwan.

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