UE, Brexit alle porte

Seconda bocciatura – con 391 voti contrari e 242 favorevoli – ieri sera alla Camera dei Comuni dell’accordo con la UE sulla Brexit. Stamane, quindi, il Parlamento britannico sarà chiamato a votare se uscire dalla UE senza alcun accordo (e con tutte le conseguenze che determinerebbe) o chiedere un rinvio oltre la data fissata del 29 marzo che la stessa UE condiziona a “giustificazioni credibili” come ha ricordato a caldo un portavoce del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

Intanto, nei giorni scorsi ha fatto notizia la chiusura da parte della Honda dello stabilimento di Swindon, con la perdita di 3.500 posti di lavoro. Il CEO della casa giapponese Takahiro Hachigo ha smentito che sia a causa della brexit, ma non ha fornito nessuna altra spiegazione atta a motivare tale decisione. La prudenza diplomatica della Honda fa a pugni con i fatti, la brexit porta il Regno Unito fuori dall’Europa, al momento nella condizione ‘no deal’, senza nessun tipo di accordo, e quindi Londra esce automaticamente dall’accordo di libero scambio UE-Giappone dello scorso dicembre. La fuga da Albione procede come un’onda inarrestabile, dopo l’ovvio trasferimento di tutte le sedi di istituzioni europee, tocca alle grandi aziende con le loro sedi ed i loro impianti, da Airbus a Jaguar Land Rover, Ford, Honda e Nissan, la fuga dal regno di sua maestà o il ridimensionamento con annunci di migliaia di posti di lavoro soppressi, nel caso in cui il Regno Unito esca dall’Ue senza un accordo.

La cosa più comica, o meglio ancora avvilente, è che la slavina ora valanga, avviene nelle zone dove più alta è stata l’adesione alla Brexit, segno di quanti danni possano fare populismo ed ignoranza quando si sommano ad uno stupido sovranismo fuori da ogni tempo e logica dei giorni nostri. Gli ultimi sondaggi dimostrano che il Galles, l’unica delle regioni indipendenti del Regno Unito che ha votato per la Brexit (la Scozia ha votato 62% e l’Irlanda del nord 55% per Remain) ha cambiato idea e vorrebbe rimanere nell’Ue, ma oramai è come chiudere le stalle dopo che i buoi sono scappati.

E risulta difficile capire la testardaggine, che affonda in un isolazionismo da impero vittoriano di passati fasti che non torneranno, che ha portato il Parlamento inglese a bocciare l’accordo faticosamente raggiunto dal premier Theresa May con la Commissione UE per la brexit guidata da Michel Barnier. I tentativi di rinegoziazione avanzati dai britannici dopo il voto contrario alla ratifica, si sono scontrati con la posizione della UE. Lo stesso Michel Barnier n una conferenza stampa col premier del Lussemburgo Xavier Bettel, ha dichiarato: “Nell’incontro con Stephen Barclay abbiamo l’obiettivo di trovare una soluzione che rispetti le linee guida dell’Ue, e possa far emergere una maggioranza ai Comuni, il livello di ambizione per le relazioni future, anche l’Ue è disponibile a fare immediatamente altrettanto. L’accordo sulla brexit è il risultato di 18 mesi di intenso negoziato tra l’Ue e il Regno Unito. È un compromesso che punta ad assicurare un’uscita ordinata. Bisogna che nel Regno Unito qualcosa si muova, la chiarezza deve venire da Londra, è a Londra che devono trovare il modo per costruire una maggioranza positiva. Manca poco alla brexit, Il 29 marzo è una data che ha scelto il Regno Unito. La signora May ha scelto questa data al punto che l’ha messa in una legge. Al momento non siamo stati informati di una richiesta di posticipare l’uscita.”.

Il 29 marzo e quindi l’attivazione dell’articolo 50 si avvicina velocemente, ed al momento si è in una situazione di ‘no deal’ dopo il voto negativo dello scorso 15 gennaio ed il niet della UE a modificare gli accordi sottoscritti. Pare che Theresa May stia organizzando un incontro con i vertici europei per il prossimo 21 marzo, sul filo di lana del disastro, per cercare di convincerli a fare concessioni in extremis. Evidentemente il premier inglese aveva già preso atto che la seduta della Camera dei Comuni di ieri avrebbe preannunciato un ulteriore voto contrario; il nodo cruciale resta il backstop, la clausola che regola giuridicamente il confine tra Irlanda (UE) e Nord Irlanda (UK). Il confine fra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord (parte del Regno Unito) è una vera zona di frontiera: conta infatti all’incirca 275 punti di frontiera. Ce ne sono solo 137 in tutto il confine orientale dell’UE, dalla Finlandia alla Grecia.

Il voto del Regno Unito in favore dell’uscita dall’Unione europea significa che questi 500 km di confine potrebbero diventare una frontiera esterna dell’Unione europea. La questione è dunque centrale per i negoziati Brexit.  Un no deal totale piuttosto che una soft brexit vorrebbe dire il collasso totale della logistica inglese, basti pensare che a Calais transitano 10.000 tir al giorno provenienti dal Regno Unito, se questi dovessero sottostare alle procedure doganali standard il sistema dei trasporti di Londra collasserebbe in breve tempo. Una ciambella di salvataggio potrebbe venire dal Gruppo ERG, i conservatori guidati da Jacob Rees-Mogg, che hanno chiesto alla premier di inserire nel trattato “Una clausola formulata in modo chiaro e giuridicamente vincolante, che sostituisca inequivocabilmente il testo dell’accordo già firmato con la UE”; che poi la Commissione accetti o meno questo è un altro discorso. In caso di richiesta di allungamento dei tempi una finestra a tale scopo è stata aperta dal Capo Negoziatore del Parlamento Europeo per la brexit, Guy Verhofstadt, che parlando alla Commissione Affari Istituzionali ha dichiarato: “E’ possibile rinviare la Brexit di qualche settimana, ma non oltre il 23 maggio, giorno di inizio delle prossime elezioni europee, e solo se ci sono seri motivi per farlo. Per favorire un’uscita ordinata, se ci sono serie ragioni procedurali. Ma Londra deve spiegarci le ragioni e lo scopo”.

L’incertezza che regna sull’argomento si è riflessa sul cambio della sterlina, dopo i massimi raggiunti quando l’accordo pareva in vista, ora si è assistito ad un progressivo indebolimento della valuta. In quest’ottica, la Bank of England si è mossa in via precauzionale attivando lo swap in euro e sterline, con durata di una settimana, con controparte la BCE. Questo strumento finanziario serve per assicurare tutta la liquidità settimanale necessaria in euro nel Regno Unito. La BoE riceverà euro, la Bce riceverà sterline. L’Eurosistema (il sistema delle 19 banche centrali nazionali e Bce dell’area dell’euro) si è dichiarato pronto a fornire liquidità in sterline alle banche nell’Eurozona. La BoE ha anche puntualizzato che anche in caso di no deal la solidità delle banche inglesi non desta preoccupazioni, gli istituti sono forti e possono incassare il colpo: nel 2007, prima dello scoppio della Grande Crisi, il CET1 medio (capitale prudenziale di migliore qualità) era al 5% mentre adesso è quasi al 15% e quindi triplo. Le banche inglesi hanno 1.000 miliardi di asset liquidi, comunque la BoE è pronta a fornire tutta la liquidità necessaria. E potrà contare sulla Bce e su tutte le altre grandi banche centrali nel mondo.

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