Risveglio del PD?

Scriviamolo con un doveroso punto interrogativo: le primarie di domenica scorsa hanno segnato un risveglio del PD dopo un anno di quasi letargo? Speriamo di sì. Speriamolo perché, come ho scritto più volte, una forza di Centrosinista seria, europea, liberale,  è un’esigenza vitale per il buon funzionamento di una democrazia avanzata, e lo è tanto di più adesso, come argine e futura alternativa alla deriva in corso, che non è in realtà di destra (non sarebbe poi tanto grave se lo fosse, con una destra anch’essa europea e liberale), ma è populista, demagogica e, come risulta sempre più evidente, inattendibile e arruffona. Certo, l’afflusso insperatamente alto di votanti ai gazebo del PD ha dimostrato che il Partito e le idee che rappresenta non sono finiti nell’oblio, e ciò malgrado i suoi dirigenti, negli anni reziani e dopo, abbiano fatto il possibile per scoraggiare e allontanare i fedeli.

Non so quanto valga Zingaretti. Penso però che il compito che ha davanti è allo stesso tempo difficile e necessario: deve ricostruire il partito, cercare di ridargli vera unità, ma guardare anche oltre, alle tante energie presenti nella società civile e potenzialmente pronte a ritornare nella casa comune. Basterebbe pensare al 40% delle persone che, a suo tempo, votarono il referendum di Renzi. Non credo invece che debba perdere tempo a rincorrere i vari Bersani e Fratoianni, e gli eterni frustrati alla D’Alema. Da loro possono venirgli solo pugnalate.

Nell’immediato, dovrà puntare tutto su un buon risultato alle Europee di maggio. Solo con numeri rispettabili il PD può ritrovare un posto influente nella politica italiana, e per questo il nuovo Segretario deve approfittare al massimo il poco tempo che resta, con iniziative che ridiano visibilità e credibilità al suo partito. Poi, se avrà un risultato incoraggiante, si porrà per lui, a breve o medio termine, un problema di strategie: arroccarsi su un’opposizione intransigente in modo da capitalizzare tra quattro anni gli inevitabili errori della maggioranza, o puntare sulla possibile implosione di questa, secondo segnali che non mancano (ma non sono, a mio avviso, ancora concludenti). In altre parole, se Lega e 5Stelle dovessero arrivare al divorzio, dovrebbe il PD offrire una sponda ai grillini? Zingaretti, e non solo lui, ha ripetutamente dichiarato la propria distanza dal Movimento, ma la distanza dalla Lega è molto maggiore e di fatto incolmabile. E quando non si può governare da soli, una scelta tra possibili alleati bisogna pur farla.

Dopo le elezioni dello scorso anno, a un certo punto parve che, grazie alla mediazione di Roberto Fico, un dialogo PD-5Stelle fosse possibile. Scrissi allora che mi pareva la strada migliore, date le circostanze, se il PD avesse ottenuto dai 5Stelle una linea più europea e liberale, magari cedendo su misure come il reddito di cittadinanza. Questa possibilità fu soffocata sul nascere da una pesante entrata a gamba tesa di Matteo Renzi, e comunque il PD era uscito dalle elezioni troppo fragile e diviso per poter imboccare una strada certo rischiosa. Può riprodursi questa possibilità in futuro? Molto potrà dipendere dagli equilibri interni dei 5Stelle. Da tempo osservo le mosse di Roberto Fico, che non perde occasione per distanziarsi dalla linea governativa e dall’appiattimento sulla Lega. Per ora è difficile che possa scalzare Di Maio, altra cosa è però se il Movimento dovesse avere un risultato deludente alle Europee.

Allora il gioco si riaprirebbe e metterebbe alla prova la capacità del neo-Segretario del PD di fare politica vera e a tutto campo. Sempre che i suoi colleghi di partito non gli taglino l’erba sotto i piedi, come sono sempre pronti a fare.

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