Italia-Francia, l’irresponsabilità

Il richiamo di un Ambasciatore, nella pratica corrente delle relazioni internazionali, è un gesto grave, che in altri tempi preludeva a conflitti seri.  Non credo che il richiamo dell’Ambasciatore di Francia a Roma preluda a qualcosa di questo tipo (penso che il Governo francese, con qualche ragione irritato dalle provocazioni grillesche, abbia forse “iperreagito” e spero che le cose siano riportate a un livello di ragionevolezza), ma è comunque un gesto che non possiamo prendere sottogamba.

La polemica antifrancese, fondata su risentimenti da ragazzini, è una farsa, ma le sue conseguenze possono essere pesanti. Per trovare un momento di altrettanta tensione italo-francese bisogna addirittura risalire alla nostra dichiarazione di guerra del giugno 1940. L’allora Ambasciatore di Francia François Poncet la definì con il Ministro degli Esteri italiano Galeazzo Ciano “una pugnalata alla schiena”, e lo era, visto che la Francia era già in ginocchio per il fulmineo attacco tedesco. Ma almeno aveva una sua, perversa, logica: il Regime combatteva le democrazie, rimproverava a Parigi l’ostilità mantenuta contro l’invasione dell’Etiopia e reclamava Nizza, Corsica e Tunisi dalla Francia. Più concretamente, come sappiamo dai diari di Ciano, Mussolini temeva di restare escluso e pregiudicato da una sistemazione postbellica guidata da una Germania vincitrice e apparentemente invincibile, se l’Italia, nelle sue stesse parole, non avesse avuto “qualche migliaia di morti”.

La sconsiderata polemica antifrancese scatenata dal Governo e soprattutto dal Vicepremier Di Maio, di ragioni, neppure sbagliate, non ne ha nessuna. La sola attenuante sta nel fatto che a cominciare la guerriglia verbale furono, nella scorsa estate, i francesi, a proposito della chiusura dei nostri porti alle navi delle ONG: fu deplorevole e l’opinione pubblica italiana reagì nell’insieme bene, ma l’episodio fu superato dalle scuse di Macron a Conte. Comunque, gli insulti gratuiti di allora venivano da esponenti politici del partito presidenziale, non dal Governo di Parigi. Gli insulti italiani, altrettanto gratuiti, vengono invece da alti esponenti del Governo: Salvini, Di Maio e – a Davos e seppure in tono minore – da Conte, il quale però con qualche ragione stigmatizzava la promessa francese di appoggio alla Germania per un posto permanente nel CdS dell’ONU, contro la storica resistenza di Italia e altri Paesi medio-grandi. Che Parigi dia priorità ai rapporti con Berlino, anche a scapito nostro, è evidente. Ma se uno pensa ai disastri che la rivalità franco-tedesca ha causato al mondo e a noi stessi in passato, può capire quanto sia importante che i due maggiori Paesi del continente mantengano una salda amicizia. Essa è il vero asse portante della costruzione europea, che io considero vitale per i nostri interessi. Se poi vogliamo che anche la nostra voce sia sentita e il tavolo europeo abbia almeno tre gambe (visto che la quarta, britannica, si è autoesclusa), un consiglio per i nostri governanti: questo si può ottenere non con la petulanza, ma con una linea seria, credibile, un’economia forte, un sistema politico-istituzionale saldo.

La Francia non è certo un angelo, e verso di noi ha qualche serio torto (come il tentativo di farci fuori dalla Libia al tempo dell’attacco a Gheddafi). Ma resta per noi non solo un socio politico indispensabile in Europa, ma un partner economico strategico (l’intercambio supera i 76 miliardi di euro l’anno, con un saldo attivo per noi, e gli investimenti francesi in Italia sono secondi solo a quelli americani). Mettere a rischio tutto questo, rinnegare un rapporto storico che ci lega dalla Seconda Guerra d’Indipendenza alla Prima Guerra Mondiale, per capricciosi risentimenti, non è lecito, è autodistruttiva follia.

Ma anche al di là del caso francese, quello che è sempre più in questione è un modo irresponsabile di fare politica estera, affidandosi a pregiudizi e alzate d’ingegno. In poche ore, Di Maio ci ha separato dagli Stati Uniti sul Venezuela e dalla Francia, cioè dai nostri maggiori partner, vitali per la nostra sicurezza. Non gli resta più che correre a Mosca a prosternarsi ai piedi di Putin.

Ora, è perfettamente lecito che un Governo o una maggioranza decidano di reindirizzare la politica estera. Ma ciò deve essere il frutto di un giusto processo istituzionale e spetta agli organi costituzionalmente preposti: Ministro degli Esteri, Capo del Governo, Consiglio dei Ministri, il tutto con la garanzia del Capo dello Stato; e il Parlamento deve poi approvarla attraverso un vero dibattito. Così sono state adottate le grandi linee della politica italiana del dopoguerra nei suoi momenti definitori: Trattato del Nord Atlantico, adesione all’ONU, integrazione europea. E queste linee sono state poi seguite, con maggiore o minore serietà, da tutti i governi. Con il governo attuale, si è invece passati a un sistema improvvisato e arbitrario, mosso da complessi e pregiudizi di questo o quel partito o esponente politico. Il danno che ne risulta per la nostra immagine e per il peso effettivo che possiamo avere in Europa e nel mondo può essere grave. La sola speranza è che i massimi responsabili, Capo dello Stato, Capo del Governo e Ministro degli Esteri, riportino ordine in una materia che è tra le più delicate e importanti.

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