Il Festival della noia

Baglioni avrebbe fatto bene ad accontentarsi del grande successo riportato lo scorso anno e tornare a fare quello che più gli riesce: scrivere musica e cantare.

L’edizione numero 69 del Festival di Sanremo si caratterizza per una passarella di canzoni fiacche e inutili, salvo poche eccezioni, condotta da un terzetto di presentatori davvero male assortito. Se Hunziker e Favino avevano rappresentato una piacevole novità sorprendendo il pubblico, non possiamo dire altrettanto per Raffaele e Bisio. Virginia Raffaele è molto brava come imitatrice, va bene per un’incursione da ospite, ma non regge l’arduo compito da presentatrice. È del tutto fuori ruolo. Stendiamo un pietoso velo sull’umorismo di Claudio Bisio, vecchio da anni ma – non si sa come – continua a resistere imperversando tra televisione e cinema.

I cantanti non sono da meno. Confessiamo di non avercela fatta a reggere la serata fino in fondo, quindi parleremo soltanto dei concorrenti che abbiamo ascoltato. Fuori gara (in senso positivo) Daniele Silvestri, uno dei pochi a saper usare lo strumento canzone per parlare di un problema sentito come il disagio giovanile nella società contemporanea. I ragazzini de Il Volo rinnovano la tradizione culturale della nostra migliore musica melodica, dispongono di grandi potenzialità vocali, con la sola riserva di essere avulsi dal mondo attuale, cosa che per degli artisti non è il massimo, ricordano l’Arcadia letteraria. Benino Motta che prova a scrivere una sofferta storia di emigrazione, non male Ultimo ma la sua non è niente più che una canzone d’amore tradizionale. Tutto il resto è noia, direbbe Califano, con punte minime davvero imbarazzanti (Bertè, Patty Pravo, D’Angelo, Carta, Nek, Renga …), per fortuna risollevate dalla grande esibizione di Bocelli padre e figlio che regalano al pubblico una struggente canzone di amor paterno.

Vista la pochezza della prima serata, siamo tentati di comportarci come con Adrian: disertare Sanremo, vedere qualche buon film o leggere un libro. Forse sentiremo di aver impiegato meglio il nostro tempo.

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