Un Falcon per Battisti

Era dei giorni scorsi la notizia della cattura di Cesare Battisti. Termina in Bolivia una latitanza di ben 37 anni, condita da dichiarazioni a distanza, spesso dai toni sprezzanti e che “mortificavano il dolore dei familiari delle vittime”, tanto per citare parole usate dal ministro della Giustizia Bonafede nel celebrare un risultato epocale per gli organi giudiziari italiani. Fatale, per l’ex leader dei PAC (Proletari Armati per il Comunismo), il cambio di vento ai vertici di governo dello Stato che lo ha a lungo ospitato, il Brasile. Dalla protezione di Lula alla tolleranza zero del neopresidente Bolsonaro, al centro dei ringraziamenti, insieme alle autorità boliviane, di Matteo Salvini: questa, la chiave di volta nella vicenda. Battisti, sentendo puzzo di bruciato, ha tentato la fuga e inoltrato richiesta, peraltro respinta nel dicembre scorso, di asilo politico in Bolivia. Probabilmente, in seconda battuta, aveva considerato di trovare sostegno e riparo tra i narcos. La sua ingloriosa fuga si è conclusa a Santa Cruz de La Sierra, mentre si trovava in stato di ebbrezza.

Sarebbe dovuto ripassare da Brasilia per completare la procedura di estradizione, ma – con un pendente mandato di cattura internazionale dell’Interpol, ricercato dalla polizia brasiliana per sottrazione all’arresto e fuga illegale in Bolivia e dagli investigatori italiani per la sentenza di condanna all’ergastolo come pluriomicida – Battisti è stato caricato su un Falcon dei nostri servizi d’intelligence in rotta verso l’aeroporto di Ciampino. Da Ciampino, la successiva traduzione nel carcere di massima sicurezza di Oristano, spauracchio per tutti coloro che si sono resi protagonisti della lotta armata negli anni di piombo.

Con la decisione di Bolsonaro di soddisfare finalmente le richieste di Roma, in qualche modo, si normalizzano anche i rapporti fra Italia e Brasile, raffreddatisi dal giorno del rifiuto di estradare nel nostro Paese il terrorista di Cisterna di Latina.

La domanda che adesso assilla prepotentemente la nostra autorità giudiziaria, anche alla luce del fatto che altri 33 terroristi italiani sono tuttora latitanti, è quali siano state le reti di protezione e di fiancheggiatori di cui ha goduto Battisti in tutti questi anni. Forse, di livello elevato nel contesto storico in cui avvennero gli atti criminali. Sicuramente, meno eccellenti dopo la fine della lotta armata, in particolare nell’ultimo periodo, in cui l’uomo ha mantenuto un profilo molto basso.

Indubbiamente, ex presidente Lula a parte, è riuscito a stringere attorno a sé una rete di connivenze e approvazioni, affabulando intellettuali ed esponenti della sinistra brasiliana di grado modesto, effettivamente convinti di rapportarsi con un rivoluzionario che aveva combattuto contro un regime antidemocratico. Vedremo nei prossimi giorni le reazioni nel mondo della politica. Una cosa è certa: il carcere per Battisti non è una vendetta dello Stato Italiano, bensì l’affermazione del principio che la Giustizia, alla fine, arriva sempre ed è uguale per tutti.

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