Agrifood Monitor 2018

Come evidenziato nel rapporto Agrifood Monitor 2018 di Nomisma-Crif, nel periodo 2011-2016 il settore agroalimentare italiano ha mostrato tutta la sua solidità ottenendo incrementi di redditività dal 7,8% all’8,6%, numeri che lo pongono sopra la media del settore manifatturiero considerato nel suo complesso. Tutto questo ha permesso alle aziende del settore di elevare la loro sicurezza patrimoniale diminuendo nel contempo i debiti. La crisi economica ha colpito pesantemente la piccola impresa italiana con un calo del 20%, ma incidendo meno nel settore agro-alimentare. Anche qui si è toccato con mano il nanismo dell’impresa nostrana in generale, che tocca anche il settore agro-alimentare, tipicamente quelle sotto i 9 addetti, a causa della loro micro-dimensione sono meno portate verso l’export ed hanno finito per scontare in larga percentuale la crisi economica.

Ma il settore ha dimostrato tutta la sua vitalità  incrementando l’export del 69% nel periodo 2007-2017), crescendo in termini di valore aggiunto di oltre il 10% contro un calo del 2% del totale manifatturiero, eccellendo soprattutto nei settori del vino e del dolciario come dichiara Denis Pantini, Responsabile dell’Area Agroalimentare di Nomisma: “A parte le grandi imprese, quelle con fatturato superiore ai 50 Milioni di euro, che hanno utilizzato l’aumento dei flussi di cassa generato da questa redditività per fare investimenti, la gran parte delle aziende ha deciso principalmente di abbattere l’indebitamento finanziario ed accrescere la propria solidità patrimoniale. Una maggior presenza sui mercati internazionali delle nostre imprese che, purtroppo, interessa ad oggi solo il 15% delle aziende agroalimentari italiane e vede una forte concentrazione delle nostre esportazioni sui mercati di prossimità – come l’UE -, con valori di export ancora marginali sui paesi asiatici che però saranno quelli che in futuro cresceranno maggiormente sul fronte dei consumi alimentari”.

Lo studio di Nomisma-Crif relativo al mercato agroalimentare, la terza edizione di Agrifood Monitor, è stata presentata a Palazzo di Varignana lo scorso 28 settembre e dopo l’apertura di Carlo Gherardi (Presidente CRIF) e Piero Gnudi (Presidente Nomisma), si è passati ad analizzare il ruolo del Regno Unito per l’export agroalimentare italiano e la sfida della Brexit, con la moderazione di Ilaria Visentini de Il Sole 24 Ore.

Se negli Usa, malgrado il continuo stop and go sul fronte dei dazi ed i difficili rapporti con il resto del mondo, oltre il rischio di infrazione rispetto il WTO, le importazioni totali di prodotti agroalimentari hanno fatto registrare un calo del 4% nel periodo analizzato, quelle dal nostro paese sono invece cresciute del 4,5%. Trend analogo in Canada dove a fronte di una riduzione dell’import agroalimentare complessivo del 6,8%, quello di prodotti italiani è aumentato del 4%, non secondario il ruolo del CETA che inizia a dispiegare i suoi benefici effetti. Positivo anche il saldo commerciale con il Giappone, dove l’import agroalimentare dal nostro paese è cresciuto del +1,6% contro una riduzione complessiva del 5,3%. Con il paese del Sol Levante si è appena chiuso l’Accordo di Partenariato Economico (Jefta), malgrado numerosi punti scuri ed omissioni su parti normative importanti onde evitare l’obbligo delle ratifiche nazionali, vanta un impatto commerciale notevolmente superiore al CETA.

Venendo all’Europa si registra un incremento dell’import agroalimentare dall’Italia del 2,6% nel Regno Unito (rispetto ad un -2,4% a livello totale) mentre in Germania le importazioni dall’Italia sono cresciute del 5,8%. A sei mesi dalla data ufficiale del divorzio del Regno Unito dall’Unione Europea (29 marzo 2019), dopo un anno e mezzo di infruttuose trattative tra il governo May e la Delegazione Barnier, siamo ancora in una situazione di ‘no deal’, come testimoniato da parte del vice ambasciatore britannico Ken O’Flaherty e dell’europarlamentare Paolo De Castro, presenti al convegno. Oltre all’approfondimento tecnico-scientifico curato da Nomisma, il confronto è stato alimentato dai contributi sul tema delle tutele giuridiche Dop/Igp forniti da Rebecca Halford-Harrison e Claudio Perrella degli studi legali Keystone Law e LS Lexjus Sinacta. Preziose le testimonianze di due importanti Consorzi di Tutela prodotti per i quali il Regno Unito rappresenta un mercato fondamentale, vale a dire Prosecco e Parmigiano Reggiano, nelle persone dei rispettivi direttori Luca Giavi e Riccardo Deserti.

Con un valore vicino ai 56 Miliardi di euro, Il Regno Unito rappresenta il sesto mercato al mondo per import di prodotti agroalimentari e il secondo per consumi a livello europeo (250 miliardi di euro nel 2017). L’autosufficienza alimentare del Regno Unito non supera il 50% e la quota di importazioni dai paesi dell’Unione arriva al 70%, ponendo l’Italia come il sesto fornitore, con una quota a valore vicina al 6% dell’import britannico. Per il nostro paese la Gran Bretagna rappresenta il quarto mercato di export alimentare più importante, dopo Germania, Francia e Stati Uniti, con un incremento di acquisti del “Made in Italy” del 43% (per Campania, Veneto e Basilicata, il Regno Unito arriva a pesare fino al 15% sull’export agroalimentare regionale), meglio dei nostri concorrenti francesi o olandesi, ma meno rispetto a quelli spagnoli o tedeschi (+55%). Su futuro del food&beverage italiano esportato verso il Regno Unito pesa l’incognita delle trattative in corso, sia dal punto di vista della tenuta del potere di acquisto degli inglesi che sul sistema della tutela delle denominazioni di origine. Per muoversi preventivamente il Consorzio del Parmigiano Reggiano ha registrato il marchio Parmesan in Gran Bretagna, nel post brexit prodotti truffaldini sarebbero potuti entrare in terra di Albione con questo marchio. Quando varie parti politiche criticano gli accordi tra UE e stati terzi, dimostrano poca lungimiranza e scarsa conoscenza delle normative internazionali e delle dinamiche di mercato. Sia il CETA che il JEFTA prevedono l’introduzione dei concetti DOP/IGP nella legislazione anglo-sassone basato solo sul marchio, altre agevolazioni in tal senso sono state introdotte nel recente accordo con la Cina riguardante 1.500 tipologie merceologiche di cui ho scritto recentemente.

Al termine dell’argomento brexit si è svolto un interessante “Focus salumi”, realizzato da Stefano Baldi, Project Manager dell’Area Agroalimentare di Nomisma, focalizzandosi sull’export agroalimentare italiano verso la Polonia che ha visto una crescita del 8%. Ci si è avvalsi anche della testimonianza di due players come Isabella Aurillo, Export Account Manager Fiorucci e Nicola Levoni, Presidente Levoni. Senza entrare nel dettaglio di questa particolare categoria merceologica, che sconta la particolare abitudine di gusto dei consumatori locali, ma si avvale della reputazione e della qualità dei prodotti italiani; colpisce il trend di crescita del paese, con una disoccupazione al 3,5% ed una crescita di reddito medio pro-capite dei lavoratori polacchi (+18% le previsioni di aumento del pil pro-capite in Polonia nel prossimo quinquennio) che apre interessanti scenari per le imprese italiane.

In chiusura le parole di Niccolò Zuffetti, Marketing Manager di CRIBIS “La rischiosità commerciale del settore delle carni in Polonia è mediamente in linea con quella dei nostri maggiori partner europei e sempre più bassa di quella italiana, soprattutto nel commercio all’ingrosso e nella GDO/DO. Questa bassa rischiosità commerciale, unita alla presenza di un buon numero di player, rappresenta una chance importante per le nostre imprese esportatrici di carne, pur stando molto attenti a indentificare Importatori e distributori affidabili e in grado di offrire opportunità di sviluppo a lungo termine”.

[NdR – Si ringrazia il Dott. Denis Pantini, la Segreteria Nomisma ed Agrifood Monitor (iniziativa congiunta di Nomisma e CRIF) per il gentile invito ed il prezioso materiale messo a disposizione]

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