Carcere femminile, un racconto senza tempo

Roma – Davanti ad un pubblico curioso, il 2 e 3 Dicembre scorsi presso il Teatro Vignoli di Roma, si è esibita la compagnia teatrale nO (dance first.Think later) in una rappresentazione molto impegnativa: Città Inferno.

Quello messo in scena dalla regista ed attrice Elena Gigliotti è un musical che, come ricorderà qualche appassionato di cinema, si ispira al film di Renato Castellani uscito nel 1959 con il titolo Nella città l’inferno, dove recitavano Anna Magnani e Giulietta Masina, in cui si raccontava la difficile realtà delle carceri femminili.

Le attrici, Rachele Cannella, Melania Genna, Carolina Leporatti, Demi Licata, Elisabetta Mazzullo e Daniela Vitale, regalano una versione rinnovata del film dove le storie delle detenute, alcune tratte dal film altre dalla cronaca quotidiana, si mescolano sapientemente a stacchi musicali che alleggeriscono i toni conferendo carattere allo spettacolo.

Il racconto, a differenza del film, si sviluppa subito intorno a sei personaggi femminili che dividono la stessa cella, tra queste Egle (Melania Genna) e Lina (Carolina Leporatti) i cui caratteri e storie si intrecciano con le vite delle compagne di cella, man mano che la trama si sviluppa. Qui nessuna è migliore o peggiore dell’altra, tutte le storie hanno la stessa importanza ai fini dello spettacolo, inoltre grazie a inserimenti video tratti dal film e dai cinegiornali si regala allo spettatore un quadro completo, non solo del film che si omaggia, ma anche delle storie e della vita del carcere.

La scelta di rinnovare la trama da parte della regia si fa sentire anche nella decisione di dare maggiore risalto alle detenute relegando il ruolo delle suore a voce fuori campo, prestata da Maurizio Lombardi, resa dalla tecnologia stridula ed infernale quasi a sottolineare con più forza l’inospitalità del luogo rappresentato. Completamente assenti i ruoli maschili che, sebbene marginali, nel film facevano la loro comparsa mentre qui emergono solo dai racconti delle protagoniste.

Non sono mancati inoltre dei colpi di scena, che hanno catalizzato l’attenzione del pubblico, quando Daniela Vitale, nei panni di Teresa ladra seriale, è scesa in platea seguita dalle altre interpreti per inscenare un furto ai danni di due malcapitati spettatori stranieri, di cui una ha faticato a capire che si trattava di finzione e avrebbe sicuramente inseguito le attrici sul palco, se non fosse stata fermata dall’amica sedutale accanto.

Questo spettacolo, al ritmo di danza e con un po’ di ironia, accompagna lo spettatore ad esplorare un ambito sociale ed una parte di umanità spesso dimenticata, come rimarcano le parole della stessa Anna Magnani (nel ruolo di Egle): “Quando de uno se dice è in galera, la gente pensa poveraccio oppure se lo merita. Magari c’hanno pure ragione. Però manco se lo immaginano quello che se vede qua dentro[..]”

Visto l’argomento così delicato e difficile da trattare abbiamo chiesto alla regista Elena Gigliotti di raccontarci il perché della scelta di questo specifico argomento e la genesi dello spettacolo.

“Questo spettacolo nasce per raccontare una storia. È tratto da un film, per cui proprio dalla visione di questo film è nato tutto. In linea di massima ci occupiamo di storie “aperte”, così amiamo definirle, in cui molti personaggi hanno vita nonostante ci sia una trama principale che ha il compito di portare avanti il racconto. In quel periodo per una pura coincidenza la compagnia aveva desiderio di esprimersi “al femminile “, e questa storia ci è sembrata perfetta. Non ci bastava però che solo due personaggi avessero maggiore spessore (ovvero quelli della Magnani e della Masina), e qui arriva ciò che per noi è il punto più interessante. Non abbiamo potuto fare a meno di riferirci a un’Italia reale, perché il problema stesso del carcere te ne pone davanti un altro: chi sono le criminali? Perché commettono dei crimini? E così ci siamo rivolte alla cronaca vera, andando a ripescare criminali realmente esistite dagli anni 40 a oggi. Dimenticate nelle pagine dei giornali, o più famose, poco importava per noi, volendo interrogarci soprattutto sul perché delle loro azioni. Altra cosa ancora più importante è stata la domanda sulla condizione attuale delle carceri. Anche in questo caso non abbiamo potuto chiudere gli occhi davanti a tante testimonianze, lettere che raccontavano, lettere che denunciavano. Tuttavia, il racconto di una storia rimane il nostro obiettivo. Se il pubblico vi scorge una denuncia, lo comprendiamo. Se il pubblico vi scorge un paradosso incredibile, lo accogliamo ugualmente. Il nostro linguaggio desidera ricercare esattamente questo: la realtà nel paradosso, e il paradosso nella realtà. Infine, crediamo che la gente probabilmente abbia un gran desiderio di affrontare temi più importanti, più toccanti. La tv ha così esagerato con l’intrattenimento da aver creato un senso di vuoto incredibile fra le persone. Il problema del teatro è che spesso non si fa capire, lasciando il pubblico in un senso di colpa infinito per ciò che non capisce e non comprende. Per noi è importante raccontare storie speciali, che abbiano un valore importante agli occhi di chiunque. O portare una storia incredibilmente anonima alla specialità che si merita. Ma ciò che conta è che sia comprensibile senza ignorare cosa al pubblico piace, cosa lo fa emozionare. Basti guardare i film di Dolan, che ci ispira come se fosse un maestro pur avendo la nostra età. Questa è la poetica che sosteniamo e che amiamo definire : popolare. Perché piace prima di tutto a noi, che una élite non vogliamo essere“.

Tra il pubblico anche Silvio Orlando e Teresa Rizzo, fondatori di Cardellino srl che ha finanziato e promosso lo spettacolo insieme a Teatro della Tosse. Lo spettacolo proseguirà la sua tournée il 20 e 21 Gennaio 2018 al Teatro Nest di Napoli

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