Italia delle Regioni

Una “piena millenaria, un evento che si registra una volta nel millennio con una forza al di sopra di ogni ragionevole previsione”: il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci  ​ha cercato con queste parole di dare voce alla Sardegna flagellata dall’ondata di maltempo che ha travolto e ucciso  16 persone, tra cui due bambini.  E’ comunque  inaccettabile il bilancio delle vittime delle alluvioni provocate dal “ciclone Cleopatra”, come è stata ribattezzata la forte perturbazione che ha investito l’isola, allagando Gallura, Olbia, Oristanese e provincia del Medio Campidano.

Le questioni relative alle iniziative da assumere per affrontare l’emergenza maltempo in Sardegna sono state all’ordine del giorno della Conferenza delle Regioni, di giovedì 21 novembre. In un telegramma inviato al Presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, Vasco Errani ha manifestato “la vicinanza e la solidarietà di tutte le Regioni italiane per la tragedia che ha colpito la Sardegna ed esprimo, a nome di tutti i Presidenti delle Regioni, il profondo cordoglio per le vittime provocate dall’alluvione, insieme alla Regione Sardegna valuteremo la situazione e le ulteriori iniziative da assumere nel corso della prossima Conferenza delle Regioni”.

Lo stesso  monito  pronunciato a Olbia dal vescovo di Tempio-Ampurias, Sebastiano Sanguinetti, ai funerali per le vittime dell’alluvione “La mano dell’uomo non è estranea a questa catastrofe. Bisogna imparare a rispettare il creato, le sue leggi e i suoi ritmi. Far tesoro della storia che gli eventi ci stanno consegnando”, ha riportato alla luce la necessità di una maggiore attenzione delle regioni e degli altri enti pubblici sui temi della manutenzione del territorio, della pianificazione territoriale come strumento di prevenzione e di contrasto del rischio idrogeologico.

I temi della manutenzione del territorio, della pianificazione territoriale come strumento di prevenzione e di contrasto del rischio idrogeologico, delle politiche di sostegno alla residenza nelle comunità montane e rurali sono considerati dalle regioni italiane come elemento fondamentale dell’azione di contrasto dei fenomeni di abbandono e di degrado del territorio, dell’ammodernamento della legislazione in materia di difesa del suolo e del riordino del relativo sistema di competenze e di responsabilità.

Da parte delle regioni, con le dichiarazioni del presidente della Conferenza Stato-Regioni, Vasco Errani,  è giusto riaffrontare il tema della manutenzione e della messa in sicurezza del territorio, a partire dalla riproposizione di alcuni dati essenziali relativi alla «fragilità» del territorio italiano e alla forte incidenza del rischio idrogeologico, oltre a quello sismico.

In Italia, infatti, le aree ad elevata criticità idrogeologica (rischio frana e/o alluvione) rappresentano circa il 10 per cento della superficie del territorio nazionale (29.500 chilometri quadrati) e riguardano l’89 per cento dei comuni (6.631);in esse vivono 5,8 milioni di persone (9,6 per cento della popolazione nazionale), per un totale di 2,4 milioni di famiglie; in tali aree si trovano oltre 1,2 milioni di edifici e più di 2/3 delle zone esposte a rischio interessa centri urbani, infrastrutture e aree produttive.

Inoltre, la pericolosità degli eventi naturali è senza dubbio amplificata dall’elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio italiano (oltre il 60 per cento degli edifici – circa 7 milioni – è stato costruito prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica per le costruzioni e, di questi, oltre 2,5 milioni risultano in pessimo o mediocre stato di conservazione e, quindi, più esposti ai rischi idrogeologici); dall’abnorme consumo di suolo vergine (tra il 2001 e il 2011 il suolo consumato è cresciuto dell’8,8 per cento e oggi si consumano circa 8 metri quadrati di suolo al secondo: questo vuol dire che ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma di quella di Milano e Firenze), nonché dai gravi fenomeni di abbandono dei terreni montani, di incontrollato disboscamento, di costruzione, spesso abusiva, di immobili sui versanti a rischio, di mancata pulizia dei corsi d’acqua e di cementificazione di lunghi tratti dei fiumi e dei torrenti.

La cementificazione selvaggia del territorio ha accentuato la fragilità dei territori:  in 50 anni la superficie cementificata e asfaltata è aumentata del 500 %. A lanciare l’allarme sono stati il Wwf Italia e il Fondo per l’Ambiente Italiano che nel dossier “Terra Rubata” raccontano di un Paese sommerso dal cemento e dall’asfalto: la superficie impermeabilizzata è in costante aumento: 500% in più in circa 50 anni di osservazione. Di tanto è aumentata la superficie impermeabilizzata dal cemento e dall’asfalto in Italia tra il 1956 e il 2001 e questo crescente consumo di suolo è avvenuto a prescindere dallo sviluppo economico o demografico. In Italia dove la stabilità demografica contraddistingue gli ultimi decenni, tra il 1991 e il 2001, l’Agenzia Ambientale Europea rileva un incremento di quasi 8.500 ettari l’anno di territorio urbanizzato (il doppio della media europea) e l’Istat ben tre milioni di ettari di territorio, un terzo dei quali agricolo, perso tra il 1990 e il 2005. Gli ultimi anni non sono serviti affatto a invertire questa tendenza.   L’allarme, lanciato da Fai e Wwf nel dossier “Terra Rubata”, arriva in un momento in cui a livello globale si riscontra la stessa tendenza.

Il WWF ed il FAI sono perentori: “Il fenomeno della cementificazione selvaggia è il suicidio dell’Italia agricola, giardino d’Europa, che ha rinnegato le proprie origini per inseguire l’industrializzazione e che ora, nell’epoca postindustriale, continua a disseminare il territorio di capannoni, invece di recuperare le aree dismesse ed evitare nuovo consumo di suolo. In Italia è praticamente impossibile tracciare un cerchio di 10 chilometri di diametro senza incontrare un nucleo urbano, con tutto ciò che ne consegue, sia per l’isolamento dei francobolli di natura rimasti che, guardando le cose dal punto di vista opposto, quanto a difficoltà di individuazione di siti idonei per impianti come le discariche che dovrebbero sorgere lontano da un centro abitato.”

Prosegue lo studio “Terra rubata” che la nostra economia incentrata sul Pil ha visto nel settore delle costruzioni un suo punto di forza e l’ultimo decennio non ha fatto eccezione, anzi: il 2007 è stato il nono anno consecutivo di sviluppo del settore in Italia, qualificandosi come l’anno in cui i volumi produttivi hanno raggiunto i livelli più alti dal 1970 ad oggi”. Alcuni politici e imprenditori dell’edilizia sembrano di fatto incuranti degli effetti “permanenti” della pratica di coprire l’Italia di cemento: pazienza se quel suolo è perso per sempre, non potrà più tornare ad essere suolo agricolo.

©Futuro Europa®

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