Un filo rosso del terrore?

Dietro il fenomeno del terrorismo internazionale e della strategia della tensione su scala mondiale, non ci sono due fronti dai contorni ben definiti e chiari, non c’è Islam contro Occidente cristiano, come si vorrebbe dare a intendere al popolo che, evidentemente, qualcuno considera tuttora bue. Manovalanza a parte, ci sono soprattutto gli interessi dei centri di potere occulti e inaccessibili all’ordinario cittadino, responsabili di aver montato e fomentato una guerra che era nata e morta ai tempi delle crociate. Non parleremo di elìte mondialiste, di complotti millenari e altre amenità del genere, ma non vogliamo nemmeno escludere che esistano forze in grado di influenzare e orientare con pericolosi programmi anti-democratici i trend socio-politico-economici del pianeta.

L’uso invasivo dei media, dalla stampa alla radio e dalla televisione al web, e l’impossibilità per l’individuo – intrappolato nella fitta trama di comunicazione digitale dei social – di estraniarsi anche per un solo minuto da ciò che succede nel mondo, sentendosene – al contrario – immerso in prima persona, amplificano gli effetti di quanto riportato in tempo reale. La paura di chi subisce attacchi terroristici si trasmette contagiosamente a livello globale; anche una singola aggressione a mano armata al grido di “Allah U Akbar”, ormai, suscita più sgomento del pullman di vacanzieri precipitato nel burrone. Il peso della notizia e la rilevanza dello shock che si vuol procurare all’opinione pubblica possono essere confezionati ad arte e seminati sul terreno mediatico come virus letali, che attaccano il nostro senso di sicurezza, lo deprimono e lo fanno ammalare, ingabbiandoci in una sorta d’incubo psichico collettivo. Non è fantascienza e non è neppure informazione, nel senso etico e imparziale che gli si attribuisce. E’ propaganda, manipolazione, intossicazione, tecnica da guerra psicologica e asimmetrica. Tutta roba già vista, che la Storia ci restituisce ciclicamente, di epoca in epoca, raffinata e aggiornata, e che ha sempre garantito grandi risultati con un impiego minimo di risorse. Per ottenere cosa? Il controllo, indispensabile requisito, insieme alla ricchezza, per l’esercizio pieno e assoluto del potere e del dominio sull’altro.

E’, dunque, necessario non fermarsi alle deprecabili gesta di una base di ventenni decerebrati, drogati e spinti all’odio, che pensano, con una bomba, di mettersi al centro degli eventi ed elevarsi a martiri ed eroi della jihad. Perseguiamo con feroce tenacia anche i livelli superiori, fino a giungere a quelli eccellenti e insospettabili: partiamo da chi recluta e indottrina al culto della morte, chi addestra militarmente in situ, chi coordina le azioni ed è nell’ingranaggio della catena di comando, chi rivendica la “libera iniziativa” di lupi solitari e cellule autonome, per finire – soprattutto – con chi paga perchè tutto ciò accada. Diamo un volto a tutto questo. Presidenti e portavoce governativi non ne hanno mai parlato. Se lo facessero, allora ne spunterebbero fuori delle belle: unità dei corpi speciali occidentali mascherati da mercenari istruttori, servizi d’intelligence, intermediari e faccendieri internazionali, trafficanti d’armi, petrolieri, nuovi leader rampanti e dittatori in erba disposti a spellare il loro popolo e a compiacere gli sponsor occidentali e arabi che dirigono il teatrino da dietro le quinte, pur di svettare in mezzo al caos nordafricano e mediorientale e prendere il trono che fu dei Gheddafi, Mubarak, Saddam Hussein, Khomeini, o quello in bilico di Assad, offrendo – per il sostegno ricevuto – accordi commerciali vantaggiosi alle lobby dell’oro nero.

Da qualche giorno, i network televisivi commentano l’attacco nei pressi del London Bridge, terzo in tre mesi, dopo quello di Westminster Bridge e del Manchester Arena, alla vigilia delle elezioni anticipate indette dalla premier britannica May che, forte dei sondaggi favorevoli, intende ricevere pieno mandato a trattare la Brexit con i vertici istituzionali dell’Unione Europea. Si è scoperto che uno degli assalitori, tutti uccisi dalle forze dell’ordine, era un giovane italo-marocchino, già segnalato ai servizi inglesi dalla Digos italiana, poichè precedentemente fermato in procinto di partire per la Turchia e unirsi ai foreign fighters che combattono in Siria. A ridosso dei fatti di Londra, è rimbalzata poi la notizia del ferimento, a Parigi, di un uomo armato di martello, quarantenne di origine algerina e dottorando in giornalismo all’università di Metz, responsabile di aggressione nei confronti di tre poliziotti, nei pressi di Notre Dame. Invocava vendetta per quanto succede in Siria. Infine, l’assalto al parlamento di Teheran e al mausoleo dell’ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica nel 1979 e padre spirituale dell’anima sciita diffusa nell’intera regione. L’Iran, guidato dal neo rieletto presidente moderato Hassan Rohani, è attualmente impegnato in Siria e Iraq contro l’Isis. Uno degli assaltatori si è fatto esplodere in un’ala dell’edificio, mentre alcuni deputati gridavano “Morte agli Stati Uniti!”. Il bilancio dei due attacchi è di 12 morti e circa 39 feriti. Il Califfato si è assunto la paternità delle azioni terroristiche, le prime di questo genere nel Paese.

Ma, ritornando al Vecchio Continente, come riferito alla stampa da Theresa May, gli atti terroristici nel Regno Unito sembrerebbero privi di connessioni operative. “Il terrorismo chiama altro terrorismo” dichiara, additando il meccanismo emulativo che le azioni dei militanti della jihad attivano negli altri radicalizzati. Tutto può essere, signora May, ma grande è la posta e molti – da Nord a Sud e da Est a Ovest – sono i giocatori incalliti che vogliono contendersela a ogni costo. Troppi, per non pensare che il terrorismo internazionale sia qualcosa creato a tavolino dall’alto, piuttosto che un moto istintivo proveniente dal basso.

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