Gli amici del Bar Margherita (Film, 2008)

Gli amici del Bar Margherita ci riporta all’atmosfera dei primi lavori televisivi di Pupi Avati, di carattere autobiografico, opere come Jazz band e  Cinema!, sia per l’ambientazione bolognese anni Cinquanta che per la volontà di narrare l’amicizia virile, tra scherzi feroci e condivisione di identiche giornate, passate tra le mura di un bar, che detta le regole di appartenenza e i valori da seguire.

Poetico come sempre l’incipit, molto proustiano, ma anche felliniano, con l’idea di un giovane di famiglia benestante con la passione del cinema che filma i piccoli eventi di via Saragozza, filo conduttore della storia. Vediamo i fratelli Aliprandi, due scapoloni impenitenti, che cambiano vestito al cambiare della stagione e si recano di buon mattino al Bar Margherita. Sono i soli a chiamare il barista con il suo vero nome, addirittura con un rispettoso signor Walter, mentre i nostri vitelloni bolognesi lo apostrofano come Water, persino Waterino, e a lui girano molto le maracas. Altra idea geniale: la voce narrante di Taddeo (Zizzi), un ragazzo che coltiva il sogno di entrare al Bar Margherita, ma è così anonimo che tutti chiamano Coso, persino la madre. Taddeo racconta la Bologna del 1954, le vicissitudini che ruotano attorno al Bar Margherita, conducendo lo spettatore fino all’ultima scena con la foto in bianco e nero, nella quale lui non compare, perché si defila. Avati alterna sequenze a colori con parti amatoriali in bianco e nero, riprese dal finto cineasta che gira documentari su via Saragozza, poi si concentra in piano sequenza su Taddeo che scrive le regole del Bar Margherita.

Gli amici del Bar Margherita è una commedia corale, di non facile gestione da un punto di vista registico, basata sui personaggi più che sulla trama, in ogni caso molto cinematografica. Il regista segue zavattiniamente le vite dei suoi protagonisti, vitelloni di provincia, tipi singolari e grotteschi da amarcord felliniano. Un pizzico di autobiografia, di ricordi personali, un contenitore di piccole storie, di drammi personali, di esistenze che seguono il corso di eventi grotteschi. Tutto fino alla magica foto che la voce narrante afferma immortalare quello che eravamo, quel che eravamo stati, ma soprattutto come avremmo voluto essere.

Molti episodi ricordano e citano Amici miei, come lo scherzo feroce al cantante dilettante Gian (Di Luigi) che si vede recapitare un finto invito per partecipare al Festival di Sanremo. Pure il matrimonio di Bep (Marcorè) mandato a monte grazie alla sceneggiata di una prostituta (Chiatti) che finge di innamorarsi, va a letto con lui e lo convince ad abbandonare la futura moglie proprio il giorno prima delle nozze. Commedia di personaggi, abbiamo detto, sui quali spicca Al (Abatantuono), il boss del gruppo, che Taddeo vuole a ogni costo farsi amico, ben caratterizzato da Avati con l’uso di un singolare refrain (nel mio piccolo, nel suo piccolo) che il personaggio intercala durante i dialoghi. Al è un campione di biliardo, come Manuelo (Lo Cascio), che ha anche la caratteristica di essere un ninfomane, non può fare a meno di guardare le belle donne, compra persino i mitici occhiali a raggi X, che farebbero intravedere le nudità femminili sotto i vestiti. Manuelo è la componente più folle del gruppo, smercia auto rubate, in una sequenza acrobatica molto credibile guida bendato e rischia di morire, quindi finisce in galera per commercio illegale. Ma nel poetico finale torna in tempo per la foto, accompagnato da un magico ralenti che Avati scandisce con tempi da maestro, fino al commovente abbraccio degli amici.

Ormai l’abbiamo ripetuto fino alla noia che certe caratteristiche del cinema di Avati, del suo modo di narrare, ricordano la poesia di Pascoli e i racconti di De Amicis. Tra le pieghe delle storie e delle esistenze messe in primo piano dalla macchina da presa spunta la lacrimuccia, di solito nel finale, ma in ogni caso la commozione è sempre in agguato. A nostro parere si tratta di un pregio narrativo, non certo di un difetto, perché il regista (in questo caso sceneggiatore) riesce a coinvolgere in maniera intensa e partecipe le spettatore.

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Regia: Pupi Avati. Soggetto e Sceneggiatura: Pupi Avati. Fotografia: Pasquale Rachini. Montaggio: Amedeo Salfa. Scenografia: Giuliano Pannuti. Costumi: Steno Tonelli. Musiche Originali: Lucio Dalla. Direttore di Produzione: Gianfranco Musiu, Tomaso Pessina. Distribuzione: 01 Distribution. Produttore: Antonio Avati. Case di Produzione: Duea Film, Rai Cinema. Collaborazione Produttiva: Mediocredval spa. Negativi: Fuji Film. Laboratorio Sviluppo e Stampa: Cinecittà. Arrangiamenti Musicali: Lucio Dalla, Bruno Mariani, Roberto Costa. Musicisti: Lucio Dalla (pianoforte, clarino, sassofono), Bruno Mariani (chitarre), Roberto Costa (basso, contrabbasso, tastiere, programmazione), Fabio Coppini (pianoforte), Anton Berovski (violino). Teatri di Posa: Cinecittà Studios. Esterni: Cuneo, Bologna, Roma. Durata: 91’. Genere: Commedia. Interpreti: Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Fabio De Luigi, Luigi Lo Cascio, Neri Marcorè, Gianni Cavina, Katia Ricciarelli, Luisa Ranieri, Pierpaolo Zizzi, Claudio Botosso, Gianni Ippoliti, Niki Giustini, Bob Messini, Caterina Sylos Labini, Maria Pia Timo, Gianni Fantoni, Livia Roscioli, Lucia Modugno, Alfiero Toppetti, Antonella Bavaro, Massimo Fradelloni, Saverio Laganà, Paolo Fiorino, Francesco Gabriele, Gisella Marengo.

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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