C’era una volta

Un’isola bellissima in mezzo ai Caraibi con spiagge bianchissime, palme maestose, frutti gustosissimi. E’ la sua capitale, una città splendida con un passato glorioso, con larghi viali orlati da alberi fioriti, con un centro storico affascinante, fatto di stradine lastricate e vecchi portoni che nascondono giardini straordinari. Una città di quelle che stregano, che ti entrano dolcemente nel cuore e non ti lasciano più. Uno dei posti più belli al mondo.

Parlo di Cuba. Da due anni a questa parte l’isola è cambiata, la modifica dei rapporti con gli Stati Uniti , nonostante il perdurare del l’embargo, ha fatto sì che si riversassero su questa meraviglia – dati del 2016 – più di quattro milioni di turisti.

Ne sono felice per l’economia cubana, sono contenta che ciò aiuti a stare meglio questo popolo orgoglioso. Non condivido però questo voler tornare alla ribalta senza tenere conto dell’impatto di tutta questa gente sul territorio. La cosa più sconvolgente sono le navi da crociera che entrano nella baia e approdano davanti alla città vecchia, in posti che evocano gesta di corsari e pirati. Questi orrori del mare fanno quello che fanno a Venezia: deturpano e oltraggiano il paesaggio.

Orde di crocieristi vecchi, giovani, brutti e belli, con le scarpe comode e le loro camicie a fiori e naturalmente telefonino sciamano per le vie, si accalcano in posti sacri come il Floridita, trangugiano daiquiri e ridono sguaiati, si ubriacano e fumano costosi sigari. Il centro storico, così delicato, così pittoresco, sembra un girone dell’inferno. Questo come lo possiamo chiamare? Turismo? Invasione? Una sensazione di perdita di identità che forse il progresso inevitabilmente porta con sé.

Io mi auguro che si ritorni sui propri passi, magari cercando di accogliere un turismo più di qualità, che sicuramente la città merita. Non so in che modo. So solo che non si può solo pensare al guadagno. Non si può non tenere conto del luogo storico, della violenza di tutti quei sandali con calzino che consumano il mosaico di alberghi pieni di passato e di gente che nemmeno capisce e apprezza la fortuna di essere lì.

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