Cronache britanniche

Londra – Dopo essere stato tra gli oppositori più feroci del progetto europeo a Strasburgo – con innumerevoli attacchi alla casta (famose le sue  frecciate contro Van Rompuy e Barroso al Palamento Europeo) – Nigel Farage ha finalmente sbancato il lunario anche in casa. Infatti,  il 2013 ha definitivamente sancito l’ascesa dell’Ukip, partito euroscettico britannico, che dopo aver ottenuto il 27,8% alle elezioni dello scorso febbraio nell’Eastleigh si è riconfermato conquistando 147 seggi alle ultime elezioni locali. Il risultato è andato ben oltre le più rosee aspettative dello stesso leader dell’Ukip, e Farage ora promette un “terremoto” alle prossime elezioni europee del 2014. Intanto, un recente sondaggio condotto da Opinium/Observer proietta l’Ukip al terzo posto nelle intenzioni di voto dei britannici alle prossime elezioni nazionali con il 16% dei consensi, mentre i laburisti e conservatori scendono rispettivamente di un punto al 37% e 31%.

Una bella gatta da pelare per Cameron, che oltre ad assistere all’inesorabile ascesa dell’Ukip si ritrova con un partito spaccato a metà tra euroscettici scissionisti e fedelissimi. Il premier è sotto pressione, il gruppo di Tories soprannominato No Turning Back spinge per anticipare il referendum sulla permanenza nell’UE: il deputato conservatore Adam Afriyie presenterà una mozione per richiedere un voto anticipato sull’Europa già nel 2014. Dello stesso avviso è anche David Davies, esponente di rilievo del gruppo, il quale sostiene che un referendum per avallare la richiesta di revisione dei trattati europei avanzata da Cameron sarebbe un valido antidoto all’ascesa dell’Ukip. Nel frattempo, Farage continua ad attaccare il PM, arrivando a proporre addirittura un possibile accordo di non belligeranza a patto che i conservatori scarichino Cameron e promuovano Johnson alla guida dei Tories (la moglie di Farage ha recentemente invitato il sindaco ad intervenire a una conferenza dell’Ukip). Gli attacchi hanno di fatto sortito l’effetto desiderato già in una circostanza, con Cameron che si è visto costretto a presentare in aula l’approvazione per il voto sull’Europa entro il 2017 con effetti disartrosi: 114 conservatori hanno votato contro il premier.

Cameron, in attesa di giocarsi le sue carte in Europa (in una possibile alleanza con la Merkel), tenta di arginare l’avanzata dell’Ukip ponendosi sullo stesso campo di battaglia: l’immigrazione. Infatti, Farage continua a criticare la politica migratoria europea e le posizioni del governo sulla migrazione bulgara e rumena, affermando che negli ultimi 10 anni il Regno Unito abbia già assorbito oltre 4 milioni di immigrati e che sarebbe ora di porre un provvidenziale halt per tutelare il lavoro dei britannici e limitare l’impatto sul servizio sanitario, contrastando il fenomeno dell’NHS Tourism. La risposta di Cameron è stata immediata, comunicando di voler restringere maggiormente l’accesso al welfare per i non-Britons e confinare a 100.000 l’anno il numero degli immigrati.  Il premier ha dunque aggiustato il tiro sull’immigrazione e nel discorso della Regina, tenutosi lo scorso maggio presso la camera dei Lords, il messaggio sembra essere passato. Di fatto, Elisabetta ha dichiarato che una nuova legge sull’immigrazione assicurerà che il Regno Unito “continui ad attrarre coloro che contribuiranno e a scoraggiare quelli che non”, in altre parole chiudere le porte alla migrazione di massa dall’est Europa. Invito ripreso prontamente ieri da Farage: in UK sono benvenuti solo migranti rigorosamente “produttivi”.

Per fortuna, una grossa boccata d’ossigeno per Cameron arriva dalla “sezione economia”. Le ultime proiezioni dell’ ICAEW infatti vedono l’economia inglese crescere del 1.3% nell’ultimo trimestre dell’anno e consacrano la linea dell’austerità adottata da Osborne. Dal canto suo, la ricetta economica proposta dall’Ukip si basa sull’introduzione di una tassa unica (flat-rate tax) al 31% e un abbassamento dell’IVA, attualmente al 20%. In una ricerca realizzata dalla Camera di commercio di Londra, il 52% di imprenditori e manager della City infatti ha manifestato il proprio dissenso per gli attuali termini di adesione all’UE. Tra i più noti, c’è sicuramente Jon Moulton, direttore del fondo di private equity Better Capital, che ha apertamente sposato la tesi dell’Ukip per una repentina Brexit (uscita dall’UE). A confermare che i rapporti economici con Bruxelles devono cambiare, c’è anche la CBI (equivalente della Confindustria italiana) che spinge per una revisione dei trattati a favore di una maggiore flessibilità del mercato del lavoro (specialmente per ciò che concerne l’orario di lavoro) e un alleggerimento della burocrazia europea. Nonostante ciò, la business lobby britannica conferma che il Regno Unito deve restare dentro una “riformata” UE, sottolineando che l’adesione al mercato unico vale il 4-5% del prodotto interno lordo o in “soldoni” tra i 62 e i 72 miliardi di sterline.

Insomma, sembra proprio che l’ascesa di Farage e del suo partito sia destinata a rimanere una spina nel fianco di Cameron (almeno fino alle prossime elezioni europee) e che non sia destinata a fermarsi alle elezioni locali, infatti il partito – rappresentato oggi in parlamento solo da due membri nella camera dei Lords – pare intenzionato ad andare a caccia di assensi, anzi sarebbe meglio dire di dissensi contro l’Europa, per lanciare la scalata a Westminster. Di certo, anche Bruxelles non può dormire sonni tranquilli.

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