Il richiamo ad una cultura politica

Da tempo si invoca l’avvento di un nuovo popolarismo per mettere ordine nella vita politica italiana, o forse solo per renderla più comprensibile, più normale. Intendiamoci, ne varrebbe la pena, foss’anche soltanto per questa ragione. E poi finalmente il richiamo a una tradizione di pensiero, a una cultura politica italica fino in fondo, dopo anni e anni di ornitologia e di botanica politica, e di dialettiche inconcludenti, e di leaderismi vanitosi, e di questioni surreali propagandate a un popolo sempre più attonito.

Il popolo, appunto, questo popolo italiano che ha perso il sorriso e il suo atavico ottimismo, ma che continua a sperare nelle sue capacità e solo ad esse si affida contro ogni evidenza, questo popolo sofferente deve essere la causa stessa dei nuovi Popolari. In caso contrario, il neopopolarismo sarà un’altra delle tante bandiere della resa italiana, un altro tradimento di oligarchie chiuse nelle loro torri d’avorio.

Se, come negli auspici, il neopopolarismo si propone di ridare dignità al popolo e di rappresentare la sua volontà di riscatto, la sua vocazione non può che essere profondamente riformatrice, e il suo spazio politico tutt’altro che residuale o interstiziale. E neppure delimitato dai confini nazionali. Non può sfuggire che il popolarismo europeo, da tanti giustamente invocato per arginare il caos nostrano, sia anch’esso arrivato al bivio e dovrà decidere in fretta se adoperarsi per una nuova Europa culturale e politica o se continuare ad avallare lo status quo.

Insomma, non è più tempo per l’irresponsabilità dei populisti, ma nemmeno per la politique politicienne. Verrebbe da dire: “Qui si fa l’Europa o si muore!”.

©Futuro Europa®

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