Jovanka

«È morta qualche giorno fa Jovanka Broz, la moglie del dittatore jugoslavo Tito. Viveva a Belgrado, in estrema povertà. La notizia è stata data in modo sintetico, perché in modo sintetico si trattano i perdenti della storia: quelli che sono, loro e nostro malgrado, sopravvissuti alle impiccagioni in piazza, al plotone d’esecuzione o al colpo di rivoltella alla nuca. Quelli cioè costretti a vivere, nonostante. Mi ricordo le sue foto insieme a Tito, nell’epoca del massimo splendore: robusta, mora, con i capelli cotonati che sembravano uno sfondo collinare; sorridente. Era più giovane di lui di ben 32 anni.

Raccontano di come fosse stata decorata due volte per il coraggio dimostrato in combattimento. Ma ancora prima della morte del marito era stata messa agli arresti domiciliari con l’accusa di spionaggio contro di lui. In seguito, le era stato concesso di continuare a vivere nella villa di cui la coppia disponeva in un quartiere residenziale di Belgrado. Ma solo nel 2009 le era stata assegnata la cittadinanza serba insieme ad una pensione e solo pochi anni prima, nel 2006, le era stato allacciato il riscaldamento. Ecco, in poche righe, una vita si è consumata.

Eppure era stata qualcuna; anche se in un mondo di assassini, Jovanka aveva vissuto. Tito era un tipetto allegro: amava la compagnia femminile; dopo la morte della sua terza moglie aveva bisogno di distrarsi. La prima «distrazione», fu Zinka Kunc, cantante di origine serba e moglie di un generale jugoslavo. Ma ai suoi consiglieri non andava a genio e quindi, nelle migliori tradizioni degli intrighi di corte, questi decidono di mettere Jovanka ai servizi di Tito. Era bellissima, Maggiore dell’esercito in odore di servizi segreti.

Perché qualcuno nell’entourage sperava sinceramente che la natura, e la fama di sciupafemmine del Maresciallo, facesse il suo corso. Jovanka era una donna timida. Girava sempre in uniforme e teneva lo sguardo basso. Era a disposizione di Tito ventiquattro ore su ventiquattro. Nacque una storia d’amore di cui erano a conoscenza solo le tre guardie del corpo del Maresciallo.

Ma non aveva però trovato amici, ma solo persone che la sorvegliavano attenti. Povera Jovanka, che nido di serpi aveva trovato! Però Tito la sposa; Jovanka è un pochino esuberante. Indossa  gioielli troppo preziosi. È troppo gentile. Sono i chiari segnali di una personalità in ascesa.

Poi Jovanka si calma e sta tranquilla per circa quindici anni. Successivamente però, sicura del suo ruolo, se non addirittura arrogante, inizia a diventare ingombrante, arriva a criticare i collaboratori del Maresciallo fino a quando lui non la caccia. A età avanzata Tito si trova nel 1975 due bellissime massaggiatrici serbe, 22 anni, bionde. E a causa di questi massaggi Jovanka si “incazzò”. Ma servì solo ad isolarla: Tito la fece trasferire in una villa vicina alla sua residenza, lontana da tutti.

Povera Jovanka, era cominciata la fase discendente dalla quale non ne uscì più. Chissà come sono trascorsi i suoi lunghi giorni: al freddo, quelle notti gelide, la neve che cade inesorabile e forse solo una stufa a legna per scaldarsi in compagnia dei suoi sogni perduti, dei suoi rimpianti.

Eppure aveva amato quell’assassino; ma l’amore spesso è una malattia che uccide lentamente e in silenzio, una malattia non catalogata, non contemplata ma comunque  incurabile.»

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