Arriva il giorno in cui ti stanchi e dici “Basta!”

«In molti mi considerano un politico atipico e di questa etichetta, devo ammetterlo, vado parecchio fiero. Sarà perché mi tengo a debita distanza dai palazzi del potere e mi trovo più a mio agio tra la gente comune, a stretto contatto con la cosiddetta società civile.

Se c’è una cosa di cui sono certo, è che non ho mai amato le barriere. Lo dico oggi, forte della mia esperienza al Parlamento europeo, il luogo che esalta le differenze culturali di ogni Paese per raggrupparle e trovare una direzione comune. Ma lo dico da sempre, da quando nel 1973 sono stato eletto al Consiglio comunale di Roma e tra le mie prime proposte di delibera ho chiesto l’abbattimento delle barriere architettoniche cittadine, per rendere la Capitale un luogo privo di ostacoli, aperto, accessibile. Un terreno comune, che valorizza senza discriminare. Che unisce, anziché dividere.

È per questo motivo che ho cominciato a fare politica: per trasformare idee, propositi, anche sogni, in qualcosa di concreto. E il clima, allora, era quello giusto. È ancora con un brivido, un misto di entusiasmo e nostalgia, che ripenso al fascino dell’aula Giulio Cesare. Alla presenza di figure del calibro di Andreotti, Almirante, Petrucci. Figure in grado di coniugare capacità amministrativa con la giusta dose di fantasia per una città già allora con i conti in rosso, ma capace di non limitarsi alle lagne o a leccarsi le ferite. Capace di realizzare le Olimpiadi, di costruire il Gra, di fare di necessità virtù. Erano gli anni in cui nascevano le circoscrizioni, gli attuali municipi, in cui il potere si decentrava perché non era patrimonio esclusivo di nessuno, ma doveva andare a chi meglio era in grado di prendere le decisioni. È il principio di sussidiarietà su cui si fonda l’Unione Europea. Roma lo conosceva e lo promuoveva già allora.

Sono cresciuto sotto l’ala di questi grandi esempi, in questo fermento che mi ha accompagnato fino in Regione, dove sono stato vicepresidente della Giunta, assessore al Bilancio, alla Formazione professionale. Tutte le volte che ci ripenso, non posso non ammettere con me stesso quanta coerenza ci sia stata nel mio percorso. Non lo faccio per autocelebrarmi, ma forse avevo visto giusto quando, così tanti anni fa, decisi di istituire un’antenna Lazio a Bruxelles, un ufficio regionale permanente per monitorare i bandi, il flusso dei finanziamenti, in modo da utilizzarli al massimo, con progetti adeguati. Era un piccolo ufficio che aveva un grande ruolo. Che si basava su un desiderio di trasparenza, lo stesso che mi spinse a promuovere una norma che imponesse chiarezza e certezze sui contributi elargiti a fiere e mostre. Un modo per spezzare quel giro di favori, di elargizioni, che permetteva agli assessori e ai funzionari di ringraziare o ingraziarsi amici ed elettori con fondi pubblici.

Ma la mia più grande vittoria è legata alla legge che imponeva alle aziende del Lazio che percepivano contributi per la formazione dei giovani, di assumere almeno la metà dei corsisti. In caso contrario, avrebbero perso i fondi. No, non sono così ingenuo, mi rendo conto che quelli erano altri tempi, ma era anche la prova che con i giusti sforzi, con la dovuta buona volontà, la politica può fare la differenza. Oltre le chiacchiere, gli interessi di parte, solo per il bene comune. Prima le aziende organizzavano corsi per mettersi in tasca i fondi, all’improvviso si erano trasformate in un formidabile ufficio di collocamento. Quella norma non durò a lungo, fu cancellata perché forse dava fastidio a qualcuno, ma non è stata dimenticata. E, contemporaneamente, dimostrava a me stesso che stavo proseguendo lungo il percorso giusto.

Non era la voglia di lasciare il segno, il desiderio di essere ricordato a ogni costo, ma la gioia che dà la capacità di fare, in qualche modo, la differenza. Qualcosa di simile avvenne quando ero assessore al bilancio: il momento di crisi, sì, anche allora, era significativo, e perciò decisi di rompere con la tradizione portata avanti dai miei predecessori. Di non mettere altri balzelli sulla benzina, di non fare cassa con il bollo auto. Piuttosto ridussi le voci di spesa dei vari assessorati e recuperai risorse. I conti, alla fine, quadrarono. Era la lezione appresa quando ero attivista dei comitati civici della Dc, quando dalla parrocchia arrivava la spinta a una mobilitazione che fece breccia in me, allora giovane universitario, con la lusinga di andare oltre un groviglio di parole. Non limitandosi a discutere dei problemi, ma incidendo in qualche modo per la loro soluzione.

Un primo cerchio si era chiuso, teoria e pratica erano andate perfettamente a braccetto. Sì, avevo avuto accanto sempre squadre formidabili e messo a frutto al meglio la lezione di grandi maestri. E sì, ancora sì, avevo saputo far leva sulla capacità personale di raccogliere consensi dialogando con le persone e anzitutto ascoltandole, ma potevo dirmi soddisfatto del mio cammino. Talmente soddisfatto da non avere timore di fermarmi, di fare un passo indietro.

Esplosa la bufera di Tangentopoli, in un clima che divideva tutti in buoni e cattivi – e spesso i politici erano i cattivi, non sempre per una valida ragione – ho preferito dedicarmi al sociale. Trasferire fuori dalle aule di un consiglio o dagli uffici di un assessorato quella voglia di aggregare, agire, costruire. Creai l’associazione 11 settembre, a cui sono legato da un grandissimo affetto: raccogliemmo fondi per le vittime di Nassiriya, ospitammo il governatore dello Stato dell’Illinois, che aveva bloccato un’esecuzione capitale nel suo Stato e ci battemmo perché la pena di morte fosse cancellata dovunque fosse possibile, dovunque ci fosse qualcuno disposto ad ascoltarci. Ero convinto che il valore della vita vada messo al primo posto, anche nel caso dei reati più gravi. Lo sono ancora.

Sono stati anni bellissimi, passati immerso nella società civile. Anni stimolanti, che portarono alla creazione dell’Assoforum, un coordinamento di libere associazioni presenti sul territorio. Un fronte comune che arrivò a contare fino a 110 facce. Una forza della natura, una realtà riconosciuta nel Lazio e conosciuta anche fuori dai confini della regione. Un modo per dimostrare, per l’ennesima volta, che se ci si unisce qualcosa, anzi tanto, si muove.

Poi, nel 2009, la politica è tornata a bussare alla mia porta. E come tutte le passioni che non si spengono, che sono lì che scorrono dentro di te, che fanno parte di te, non ho potuto voltargli le spalle. Ho ricevuto diverse sollecitazioni per presentare la mia candidatura al Parlamento europeo. Di chi si ricordava di quell’antenna Lazio, così datata ma già allora così moderna, di chi sottolineava la mia conoscenza delle lingue, dei miei incarichi con le Nazioni Unite come coordinatore di progetti in Kosovo e Albania per lo stimolo dell’economia locale. Ho cominciato a girare senza sosta tra il Lazio, l’Umbria, la Toscana, le Marche e mi colpì, sempre, il calore della gente, il fatto di essere un volto familiare anche dove pensavo di essere un signor nessuno. Sbaglia chi pensa che la gente è poco interessata alla politica. L’astensionismo è figlio di delusioni, di scontento per troppi giri a vuoto, per troppe promesse non mantenute, non è mai frutto di mancata cura per le sorti del proprio Paese.

Ce la feci, raccolsi 80 mila preferenze, non vedevo l’ora di cominciare, di rimboccarmi le maniche. Di entrare nell’aula di Strasburgo in punta di piedi, con la stessa emozione e lo stesso rispetto con cui per la prima volta, tanti anni prima, avevo varcato la soglia dell’aula Giulio Cesare in Campidoglio. Andò esattamente come me l’ero immaginata: le gambe che tremano un po’, la voce più bassa del solito a microfono acceso, l’incertezza di non sapere dove andare, una punta di smarrimento che sparisce non appena si comincia ad ascoltare, a votare, a intervenire. Il bello della politica è il suo linguaggio universale, la sua ritualità: quando la impari, la possiedi. Si lascia usare, è un materiale che ti si forma tra le mani, con generosità.

Questi miei anni in Europa sono una somma di momenti, di giornate intense, di cose piccole e grandi, di iniziative inedite, di enormi soddisfazioni personali. Si comincia col prendere confidenza con la megamacchina della burocrazia, con le mille carte da firmare e i moduli da compilare per qualsiasi richiesta, poi per fortuna si riesce a prendere l’abitudine. A non farsi rallentare nelle proprie proposte, grazie anche, devo dirlo, a una squadra formidabile che mi ha assistito in tutti questi anni. Con loro, grazie a un gruppo di consulenti bravi e capaci, alla collaborazione di colleghi eurodeputati disponibili all’ascolto e al confronto, abbiamo dato vita all’intergruppo Sky & Space, che vola verso la creazione di un unico cielo europeo, verso l’abbattimento dei confini tra le nazioni che fanno parte dell’Ue anche ad alta quota. Chiamando in causa soprattutto la sicurezza e asset di primaria importanza economica per tutta l’Unione.

Decisiva è stata anche l’esperienza nella delegazione per i rapporti con il Parlamento iraniano, che mi ha visto ricoprire il ruolo di vicepresidente vicario. L’Iran è un Paese inquieto, poco incline al dialogo e alle aperture, il nostro compito è stato quello di cercare di affermare all’interno di quel territorio principi basilari, vitali, tipici delle democrazie occidentali. Un’esperienza che per me è stata una lezione importante: mi ha insegnato che il dialogo è fondamentale, ma quando mancano le condizioni è anche giusto tenere a freno le parole, rimanere sulla propria posizione. La diplomazia è una partita a scacchi, è giusto concedere spiragli, ma anche chiudere la porta a doppia mandata se mancano le condizioni per un confronto. È stato un braccio di ferro intenso, prolungato, teso, ma non privo di risultati. Su tutti, una delle più grandi soddisfazioni della mia vita: la possibilità di salvare due dissidenti, due ragazzi perseguitati semplicemente per il coraggio di affermare le loro opinioni, da una morte certa. O, nel migliore dei casi, da una lunghissima prigionia in chissà quale carcere ai margini di Teheran. Un caso che ha avuto una grande risonanza in tutto il Vecchio Continente e che ha mostrato, ammesso che ce ne fosse bisogno, che la politica non è premere un pulsante o perdere tempo dietro discussioni infinite e senza effetti. La politica accende i riflettori sulla vita. È lo specchio della vita quotidiana e portarla avanti con rispetto, impegno e senso del dovere paga enormemente.

È vero, quando ci si rivolge alle cose girando lo sguardo all’indietro, quando ci si abbandona alla bellezza dei ricordi, si tende a enfatizzare, a esaltare i momenti positivi dimenticando o tralasciando quello che non va, che non ha funzionato. Non faccio questo errore, non mi sembra sensato. Non posso tralasciare severe critiche all’inefficienza di una politica estera unitaria dell’Ue, che spesso finisce per arroccarsi proprio dietro quelle barriere che dovrebbe superare. Non posso non biasimare il silenzio con cui è stato affrontata la vicenda dei nostri due Maro’ prigionieri in India, nonostante a più riprese sia stata chiesta una posizione ufficiale da parte delle istituzioni comunitarie che, è probabile, qualcosa avrebbe mosso.

Il punto è che il mondo non è perfetto e sarebbe da ingenui immaginare che la politica lo sia. A Strasburgo ho avuto il grande privilegio del confronto, la possibilità di incidere, di risolvere problemi a un livello molto più alto rispetto ai miei inizi. Approfittando di un senso di collaborazione, anche tra schieramenti diversi, che sarebbe inimmaginabile in Italia. Un Paese, il nostro, che resta comunque meraviglioso e merita il meglio. Non posso che augurarmi che trovi al più presto una classe politica in grado di regalarglielo. È la ragione per la quale, in questi ultimi due anni, ho dato il mio contributo da vicepresidente dei Popolari per l’Italia, con passione e in punta di piedi come sempre».

Ho voluto riportare integralmente quanto appare sul mio sito internet (www.salatto.it) per ricordare i passi salienti della mia esperienza politica. Oggi però è giunto per me, ancora una volta, il momento di dire basta alla politica che caratterizza l’Italia e la stessa Europa.

La caduta del muro di Berlino fu salutata da tutti come l’ultima barriera abbattuta per rendere più unito il Vecchio Continente. Pace, benessere, democrazia, erano i traguardi da raggiungere dopo secoli di guerre, lutti, povertà conosciuti dai suoi tanti popoli. Ma oggi, nell’impotenza delle leadership europee, si ricostruiscono muri e barriere da parte dei singoli Stati alla luce di un riscoperto nazionalismo egoistico.

Se poi aggiungiamo il ruolo egemonico sulla politica esercitato dal cinismo della finanza, dall’egoismo delle banche a danno del benessere dei circa 500 milioni di abitanti europei, non resta che immaginare insormontabili criticità che renderanno i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, in barba a tutti gli ideali e ai valori professati dall’UE.

In questo quadro desolante, da me toccato con mano nel corso della mia esperienza di europarlamentare, c’è qualcuno, al di là degli ipocriti annunci del presidente Renzi, che ha il coraggio di affermare che il nostro Paese è in grado di uscire dalla crisi morale, ideale, sociale, politica, economica che da anni lo caratterizza?

Possiamo forse dire che, con la caduta della Prima Repubblica, la classe politica successiva sia migliore moralmente, culturalmente, idealmente? Dove sono gli obiettivi di una complessiva rinascita delle nostre coscienze? Quali sono gli strumenti economici posti in essere per rilanciare la nostra produttività, la capacità di spesa delle attuali retribuzioni, la ripresa della occupazione giovanile?

Tutto ciò può avvenire limitandosi a esaltanti annunci ai quali non seguono fatti concreti o addirittura promuovono guerre tra poveri, tra vecchie e nuove generazioni quale diversivo per giustificare le proprie incapacità di governo? Per non parlare dei reiterati attacchi alle istituzioni prodotti, in particolare, dai mass media al soldo dei «poteri forti» che perseguono tenacemente l’obiettivo di rendere debole la politica e quindi i politici proni ai loro egoistici interessi.

In tema di riforme istituzionali siamo addirittura all’allargamento di quel deficit di democrazia che sembra essere l’unico vero obiettivo di chi guida questo Governo, approfittando dell’insipienza, della mancanza di coraggio degli attuali Parlamentari dediti solo ad allungare la loro sopravvivenza nel Palazzo nel quale sono stati «nominati» e non eletti. Dove sono i Partiti se bisogna dar vita a taroccate «primarie» per scegliere, in modo truffaldino, i candidati nelle istituzioni locali e nazionali?

Questo desolante scenario politico, non avrebbe certo spaventato un combattente come me. Ciò che invece mi spinge a rimanere definitivamente in disparte è il comune sentire dei nostri concittadini, sempre più critici ma, anche, sempre più incapaci di reagire democraticamente, accontentandosi di incrementare l’astensionismo con grande vantaggio dei pochi desiderosi di esercitare, comunque, il potere con scarsa rappresentatività.

In parole povere mi sento di vivere in un mondo che non è più quello nel quale per 50 anni sono stato impegnato in prima persona con onori e oneri, ma felice di poter fare qualcosa per la mia città, la mia Regione, il mio Paese.

A questo punto solo due saranno le mie ultime battaglie politiche: la campagna elettorale per l’elezione di un Sindaco adeguato per la rinascita di Roma, l’impegno per il «No» nel corso del referendum sulla riforma costituzionale operata da Renzi in favore dell’uomo solo al Governo.

Nel ringraziare quindi tutti coloro che mi sono stati vicini e mi hanno supportato con il loro consenso nel corso della mia lunga carriera politica, sento l’obbligo di interrompere definitivamente qualsiasi ulteriore impegno istituzionale diretto e di offrire, invece, solo un contributo di analisi, pensieri, suggerimenti dalle pagine di questa testata on line nella speranza di smuovere qualche coscienza in grado di offrire nuovi orizzonti alle giovani generazioni.

C’è un tempo per tutto: per crederci, lottare, soffrire, sopportare, aspettare. Poi arriva il momento in cui ti stanchi e dici “Basta!”.

Con la stima e l’amicizia di sempre, porgo a tutti i miei più affettuosi saluti.

On. Potito Salatto

©Futuro Europa®

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2 Commenti per "Arriva il giorno in cui ti stanchi e dici “Basta!”"

  1. Giovanni Jannuzzi | 18 Marzo 2016 a 17:38:26 | Rispondi

    Gentile e caro Amico, il suo é un articolo splendido ma tristissimo nelle conclusioni. Chi, come me, ha vissuto i momenti migliori della nostra Storia politica (quanto legata alla DC!) non può che simpatizzare con Lei. I Suoi sentimenti sono comprensibili, ma il desiderio, la speranza, l’auspicio, di chi La conosce e L’ammira è che Lei non abbandoni sul serio il Suo impegno.
    Ricordi quel sonetto di Petrarca che termina dicendo: “Tanto ti prego più, gentile spirto/non lassar la magnanima tua impresa”.
    Suo aff.mo GIOVANNI JANNUZZI

  2. Potito Salatto | 19 Marzo 2016 a 17:35:40 | Rispondi

    Cara Eccellenza, La ringrazio vivamente per le Sue cordiali parole. Penso che si possa dare il proprio sentito contributo alla Politica anche senza “roboanti”titoli. Anzi può darsi di essere più credibile perché non condizionato da,se pur legittime, aspirazioni personali. Mi auguro che, leggendomi, qualcuno possa meditare sulla opportunità, per il bene del nostro Paese, di raccogliere il “testimone” e dedicarsi alla salvaguardia della democrazia oggi più che mai messa in discussione dal Governo Renzi.
    Con rinnovata stima, Le porgo i miei più affettuosi saluti.
    Potito Salatto

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