Passi avanti in Libia e Siria

La settimana appena finita ha visto due importanti accordi internazionali: quello raggiunto in Marocco per la costituzione di un governo di unità nazionale in Libia e quello raggiunto a New York tra i Ministri degli Esteri di diciassette paesi, tra cui i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, per avviare dal primo di gennaio prossimo il processo di transizione politica in Siria, portando al tavolo del negoziato tanto il regime di Bashar Assad quanto i suoi oppositori. Quest’ultimo accordo è certamente uno dei risultati della visita del Segretario di Stato americano Kerry a Mosca e del suo lungo incontro con Putin, sul quale abbiamo scritto in precedenza. Ed è un passo in avanti importante per risolvere la terribili crisi che da anni tormenta la Siria, e l’indispensabile premessa per far recuperare a Damasco il controllo sui territori ora occupati dalle forze dell’ISIS.

Per l’Italia, però, è specialmente importante l’accordo sulla Libia, che il nostro Governo aveva fortemente voluto e per il quale si era attivamente impegnato. Ha fatto dunque bene il Presidente Mattarella a salutarlo come un successo della diplomazia internazionale e di quella italiana in particolare. Anche in questo caso, un governo unitario costituisce la premessa indispensabile per liberare il paese dall’ipoteca dell’ISIS e recuperare pienamente il controllo del territorio e delle risorse libiche. Più a lungo termine, una vera pacificazione dlla Libia dovrebbe anche contribuire a frenare l’esodo di immigranti verso l’Europa e l’Italia in particolare.

I due accordi dimostrano che pazienza, tenacia e apertura di spirito permettono talvolta alla diplomazia risultati dei quali era lecito dubitare. Ma in ambedue i casi si tratta di un principio. L’esperienza insegna che le intese, anche quelle raggiunte più faticosamente, sono spesso scritte sulla sabbia se non c’è una possente forza esterna che ne garantisca e controlli l’applicazione. L’esempio migliore nella Storia recente sta negli Accordi di Dayton, che permisero di far cessare il sanguinoso conflitto interetnico in Bosnia: ad assicurarne l’applicazione, la Risoluzione del CdS dell’ONU che li rendeva esecutivi designò la NATO. E l’Alleanza mise in piedi, in poche settimane, un corpo di spedizione di 65.000 uomini, con un mandato chiaro e ampio e i mezzi per farlo rispettare. A quell’operazione partecipò  sin dal primo momento anche l’Italia, con 2.500 uomini stazionati nel punto nodale della crisi, Sarajevo.

Ricordo questo episodio del passato per dire che, in Siria come in Libia, sarebbe opportuna un’autorità esterna, dotata dei mezzi necessari a far rispettare le intese. Per la Siria, dubito molto che alcun organismo o Paese sia disposto ad impegnare proprie forze militari in una situazione così volatile. Dovrebbe però almeno stabilirvisi un meccanismo di controllo politico, sotto guida ONU ma sostenuto principalmente da Stati Uniti e Russia, la cui cooperazione è più che mai necessaria. Per la Libia, temo che le difficoltà a trovare un garante veramente efficace siano le stesse. L’ONU serve a poco in questo campo: in tutti i casi precedenti, compreso quello della Bosnia, i Caschi Blu sono stati per lo più inefficaci. Il candidato naturale sarebbe la NATO, che ha da cancellare il ricordo dell’intervento al tempo di Gheddafi, voluto allora, in realtà, quasi solamente dalla Francia. Non penso  che l’Unione Europea voglia, e soprattutto possa, sostituirsi all’Alleanza e ovviamente nessun paese singolo può caricarsi di un compito così aleatorio e pesante.

In Libia, tuttavia, le cose dovrebbero essere, almeno sulla carta, meno controvertibili: le due fazioni che si sono riconciliate sono ambedue politicamente accettabili, nessuna delle due è colpevole dei massacri compiuti in Siria da Assad, ma anche da alcune fazioni ribelli. L’ISIS, per quanto presente, ha radici meno estese e può essere sradicato più facilmente. In mancanza di una forza militare esterna di controllo, ai garanti politici dell’accordo spetta quantomeno il compito, non solo di assistere questo tentativo di unità nazionale, ma di dare pieno appoggio al futuro governo nella sua lotta per eliminare l’ISIS dal suo territorio. È un compito che spetta principalmente all’Italia. Non si tratta di impegnare nostre truppe in una guerra, tutt’al più di fornire forze speciali, se fossero richieste dalla futura Autorità libica, per compiti specifici di protezione, ma soprattutto di fornire al governo legittimato dall’accordo i mezzi per condurre  in condizioni di vantaggio la riconquista del territorio nazionale, così come stiamo aiutando i peshmerga curdi nella loro battaglia.

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