Spose bambine

I matrimoni precoci sono un fenomeno molto diffuso nello Yemen. Nel Paese più povero e conservatore del mondo arabo, scegliere il proprio sposo è un privilegio riservato a pochissime donne. Secondo uno studio della Commissione europea, nel Paese oltre il 15% dei matrimoni sono celebrati con fanciulle sotto i 15 anni. Nelle regioni più povere, come Houdeida, si arriva al 47 per cento. Sono fanciulle di 14, 12, 10 anni. Nei casi più estremi di 8. E’ di ieri la notizia, giunta da fonti locali, della morte di una bambina yemenita – venduta in matrimonio per il prezzo di circa duemila Euro – e morta per emorragia durante la prima notte di nozze. Si chiamava Rawan e aveva 8 anni.

L’organizzazione americana International Center for Research on Women (ICRW) ha compilato una “classifica” dei venti Paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto, seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana, Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. Perfino in Norvegia vi è stato recentemente un caso di sposa bambina. Si tratta di Thea, 12enne, che sul suo blog compare vestita con l’abito bianco: “Ieri mia mamma mi ha detto che sto per sposarmi con Geir – scrive la finta sposa bambina – è un po’ strano perché lui è così grande, ma mia mamma ha detto che va bene così”. La “Top 20” è basata su questionari standardizzati, che non sono però disponibili per tutti i Paesi. Resta fuori dalle statistiche, ad esempio, gran parte del Medio Oriente.

Secondo l’Unicef, più di 700 milioni di donne nel mondo si sposano minorenni (una su tre, sotto i 15 anni), correndo il 60 per cento in più di rischio che i loro figli muoiano nel primo anno di vita. I matrimoni precoci limitano gravemente l’accesso delle giovani spose all’istruzione esponendole a costanti abusi e violenze come lo stupro coniugale e la mutilazione genitale femminile. A dirlo il rapporto “Senza via d’uscita: spose bambine e violazioni dei diritti umani in Tanzania” di Human Rights Watch che ha intervistato 135 ragazze in dodici distretti dello Stato, analizzando la legislazione e le sue lacune nella protezione dei bambini e delle vittime dei matrimoni precoci. Molte di loro non desiderano altro che poter almeno posticipare la data delle nozze alla fine della scuola e, in effetti, pochissime tornano in classe dopo il matrimonio, con tutto ciò che consegue dall’assenza di istruzione, come la mancanza di libertà di decidere del proprio futuro e l’incapacità di comprendere quale sbocco dare alla propria esistenza.

Queste bambine non potranno mai studiare né guadagnare lavorando, sebbene lavoreranno tutta la vita come schiave. Il loro ciclo di povertà non s’interromperà mai. L’attività sessuale precoce a cui sono obbligate, le gravidanze e i parti procurano loro danni terribili, oltre a contagi d’ogni genere. Molte delle intervistate hanno raccontato di esser state abbandonate con figli a carico senza alcuna fonte di sostentamento. In alcuni casi le vittime hanno subito violenze anche da parte dei suoceri e le ragazze di etnia Maasai e Gogo sono state costrette a subire, come preparazione al matrimonio, la mutilazione genitale.

Nello Yemen, qualcosa di incoraggiante, tuttavia, sta accadendo. Nella società yemenita sta facendo sentire la sua voce una fetta della popolazione contraria a questa pratica. Hooria Mashhour, ministro dei Diritti umani, da anni si batte per far approvare una legge che fissi un’età minima per il matrimonio: “Abbiamo proposto di fissare l’età minima a 18 anni – precisa – ma c’è stato un confronto in aula e hanno chiesto di abbassarla a 17”.

Addossare la responsabilità solo alla religione è però fuorviante. “La causa principale dei matrimoni in tenera età – precisa Hooria – è la povertà”. Per Ahmed al-Qurashi, direttore di Seyaj, Ong a protezione dell’infanzia, c’è di più: “Il turismo sessuale dai Paesi del Golfo è innegabile. La stessa società yemenita contribuisce al problema perché ritiene vergognoso violare le tradizioni”. Va infatti rilevato che nell’iperconservatore regno di confessione wahabita non è attualmente previsto alcun limite d’età per contrarre matrimonio.

Come al solito in questi casi, si riaccendono le annose critiche che arrivano dalle associazioni per i diritti umani, che si battono da sempre, senza ottenere mai nulla, perché sia innalzata l’età minima per il matrimonio e che le nozze avvengano per espresso e convinto consenso. Va peraltro rilevato che questo sarebbe solo un primo passo verso il cambiamento, perché il fenomeno delle spose-bambine è una tragedia che riguarda non solo l’Arabia, ma molti paesi asiatici, oltreché quelli islamici. Bambine che non hanno giochi, non hanno bambole, a cui viene strappata in un colpo solo infanzia ed adolescenza.

Una campagna contro queste violazione dei diritti dei minori si può seguire anche su Twitter e Facebook con l’hashtag #stoppbryllupet.

©Futuro Europa®

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