Il pugno del Papa

Riferendosi agli attentati di Parigi, il Papa, parlando con i giornalisti nelle Filippine, ha in qualche modo mostrato di comprendere la reazione dei fanatici che hanno vendicato con la morte gli autori della caricatura di Maometto. “Se qualcuno offende mia madre – ha detto più o meno – io gli dò un pugno”. Reagire contro un insulto è umano, anche se il Vangelo chiede di porgere l’altra guancia, ma – se è permesso dirlo a un cattolico abituato a pensare con la sua testa – le parole di Francesco non mi sono parse né giuste né opportune (condivido in proposito cose scritte con rispettosa prudenza da Eugenio Scalfari, che del Papa è interlocutore ammirativo e frequente).

L’ho scritto e lo ripeto: deploro l’insulto di Charlie-Hebdo al Profeta di una grande religione,  condanno tutto quello che offende i sentimenti profondi di chiunque, specie in materia religiosa. Non mi sento Charlie. Se fossi stato a Parigi avrei partecipato alla manifestazione di protesta contro il terrorismo, ma senza identificarmi per nulla con chi scientemente provoca reazioni criminali largamente prevedibili, esponendo così non solo la propria, ma l’altrui vita, e per di più ora continua a offendere (i risultati già ci sono stati: chiese bruciate, cristiani minacciati, in Africa e altrove). Dico di più: ritengo che la Legge dovrebbe punire questo tipo di comportamento, che provoca solo tragedie e gioca nelle mani di chi cerca pretesti per aggredire e uccidere e qui non c’entra nulla la libertà di espressione, che è ben altra cosa.

Ma il punto è un altro: il punto è che nessun insulto può giustificare l’assassinio in massa e un costume (o un’interpretazione religiosa) che lo legittima è del tutto estraneo al nostro modo di vivere. Non si tratta, l’ho scritto e lo ripeto, di guerra di religione (come piacerebbe agli esaltati di ambedue le parti) ma di conflitto tra tolleranza laica e cieco odio, tra rispetto e disprezzo della vita umana, tra civiltà e barbarie. La gravità della cosa è che non manca chi, dal lato dell’Islam, apertamente pronostica, minaccia, prevede, che con il tempo l’Europa intera, l’intero Occidente, saranno sottomessi a questa stessa barbarie. Ho ascoltato con raccapriccio le dichiarazioni, niente affatto proterve, quasi sorridenti, di un imam che vive a Londra: pacato, sicuro di sé, vestito all’occidentale, con la barbetta ben curata (insomma, niente a che vedere con quegli sgradevoli personaggi barbuti e panzuti che alle volte appaiono sui teleschermi, e nemmeno con i truci profeti dell’orrore avvolti in neri panni di malaugurio), diceva come se fosse stata la cosa più naturale del mondo che presto gli europei vivranno sotto la Legge islamica. Allucinazioni? Certo! Ma guardiamoci dal prenderle sottogamba. Se il fanatismo terrorista si manifestasse solo nei Paesi islamici sarebbe un problema di sicurezza militare. Ma esso si manifesta a casa nostra, nelle nostre città. Non prendiamo sul serio i deliri di Salvini che parla di “milioni di mussulmani pronti a sgozzarci”.  Milioni no, e sono convinto che la maggior parte di musulmani che vivono tra noi aspira solo a vivere in pace. Ma varie centinaia certamente sì, e in potenza qualche migliaia. Identificarli e colpirli spetta alla Polizia e alla Giustizia, senza tentennamenti, senza debolezza.

È un problema che supera ovviamente l’Italia o altri singoli Paesi. Va affrontato tutti insieme, usando le istituzioni che nei decenni ci hanno garantito sicurezza: l’Unione Europea, sicuro, e la NATO. L’Alleanza esiste  per difenderci da aggressioni o minacce di aggressione. Aggressioni ce ne sono state (dall’11 settembre a Parigi) e le minacce si moltiplicano. Il “casus foederis” è più che certo. Il minimo che si può chiedere è che in sede atlantica – come in quella europea – ci sia la massima, la più efficace cooperazione. E che essa si estenda a Paesi che, come la Russia, sono sotto le stesse minacce.

Esperti di queste cose sostengono che nel cosmo della jihad terrorista esistono almeno due “teste”, lo Stato Ismanico e Al-Qaeda, con ambizioni e strategie diverse. Al-Qaeda continua a puntare su attacchi a largo raggio contro l’Occidente, ma non ha ambizioni terriroriali (almeno fino ad ora). L’IS invece punta sulla formazione di un vero e proprio Stato, con territorio e forze proprie e ci è già in parte riuscito, e combatte gli Stati “laici” e “l’eresia sciita”. Nei fatti di Parigi, l’attentato a Charlie-Hebdo è stato chiaramente rivendicato dai centri di Al-Qaeda nello Yemen ed è stato ricondotto alla pianficazione e finanziamento del capo dell’organizzazione succeduto a Bin Laden, l’egiziano Al-Zawahiri. Gli  autori della presa di ostraggi nel supermercato si sono invece dichiarati seguaci del Califfato islamico.

Secondo gli stessi esperti, tra le due organizzazioni ci sarebbe, non solo rivalità, ma una feroce lotta. Dovremmo sentircene rassicurati? Niente affatto. A parte che un accordo tra le due è sempre possibile, la rivalità porta a una sorta di concorrenza criminale a chi uccide di più, a chi compie atti più spettacolari.

Gli eventi di Francia paiono aver risvegliato un’Europa dormiente e spinto i principali Governi a serrare le fila. Speriamo che non sia un risveglio effimero, il pacchetto di misure rapidamenhte approvato dal Governo italiano è un segno ottimo, ma non bastano la sorveglianza e la prevenzione, ma a porsi in modo serio due questioni chiave: l’immigrazione dai Paesi islamici che deve essere limitata perché non superi il limite fisiologico oltre il quale costituisce un pericolo; e l’integrazione degli immigrati già presenti tra noi, non con assurde imposizioni di fede o di costumi nostri, ma con una base concordata di accettazione delle nostre leggi e dei principi basici della convivenza civile in Occidente.

Sono due compiti improrogabili. Non possiamo dilazionarli ancora. La sinistra idealista e tante volte utopica deve rendersene conto. Anche la Chiesa cattolica ha un ruolo importante da svolgere. Ma per favore, Santo Padre, non dia giustificazione, nemmeno apparente, ai terroristi che uccidono. In questo senso, i pugni (o, nella versione ultima, i calci) li riservi, casomai, a chi ammazza il suo prossimo.

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